di Stefano Macera – Di norma, chi giunge a Roma sulla sommità dell’Aventino si ferma anche al Giardino degli Aranci. E’ una giusta consuetudine: a dispetto della sua ridotta superficie, il sito offre un’infinità di suggestioni.
Prima della sistemazione odierna era un orto, curato dai Domenicani della vicina Basilica di Santa Sabina.
Ma nel 1932 venne radicalmente trasformato dallo specialista Raffaele De Vico, progettista di diversi tra i più pregevoli spazi verdi della città. Con notevole intelligenza, questi ha inserito armonicamente
un parco di concezione moderna in un’area fortemente connotata dalla presenza dell’antico.
Già in prossimità dell’ingresso si rimane colpiti da una singolare fontana, risultante dalla combinazione di elementi eterogenei. Ossia, una vasca termale romana e un mascherone proveniente da una mostra d’acqua non più esistente, realizzata sul finire del ‘500 per arredare l’area del Foro Romano (allora chiamata Campo Vaccino).


Del resto, nella capitale non poche vestigia del passato sono state sistemate in luoghi diversi da quelli d’origine, incontrando una nuova vita.
Non a caso, a dare l’accesso a questo giardino è un portale proveniente da un altro polmone verde: Villa Balestra sulla via Flaminia, assai ridimensionata da una selvaggia lottizzazione del secolo scorso. Sono sempre state qui, invece, le mura medievali che cingono il parco su due lati, conferendogli ancor più fascino. Rimandano a una fortificazione dei Savelli, una delle più potenti tra le famiglie nobili che, per secoli, si sono contese il controllo dell’Urbe.


D’un tale ruolo rimane traccia nella denominazione ufficiale della nostra area verde: Parco Savello.
Qual è, però, l’origine del nome maggiormente in uso? Esso rimanda alla presenza di piccoli alberi di arance amare, volta a rendere omaggio a Domenico di Guzmàn.
Secondo la tradizione nel 1220 il santo ne piantò uno miracoloso, ancora in vita e collocato nel convento di Santa Sabina. Non richiama il passato, invece, l’impianto del parco, contraddistinto da un gusto tipicamente contemporaneo per la simmetria.
A dividere il tutto in due parti è un viale dedicato al grande Nino Manfredi, che proietta immediatamente il visitatore verso la zona del Belvedere. Qui si ammira un panorama che, abbracciando entrambe le rive del Tevere, figura tra i più completi della città storica. Senza alcuno sforzo è possibile distinguere Trastevere, il Gianicolo, San Pietro, ma anche la Sinagoga e la chiesa del Gesù. In lontananza si scorge Villa Medici, mentre più netta è la visione del Vittoriano.
Ora, chi si precipita a contemplare queste emergenze architettoniche, non si avvede di aver attraversato una piazza dedicata a Fiorenzo Fiorentini, attore e compositore che per lungo tempo ha allestito qui i suoi spettacoli estivi. Di più, avvinti dalla forza evocativa del monumenti, in pochi si accorgono che il Belvedere è dedicato a un celebre sceneggiatore e regista: Luigi Magni.
Ciò dispiace, perché di rado le scelte toponomastiche hanno composto un discorso altrettanto coerente.


Sono infatti omaggiati artisti che, a più riprese, hanno intrecciato i propri percorsi.
Com’è noto Magni vedeva in Manfredi l’interprete ideale dei suoi film, quello che ne coglieva meglio la componente beffarda e d’irrisione del potere (i titoli più celebrati del loro sodalizio sono Nell’anno del Signore e In nome del Papa re).


Ma un cineasta che ha ambientato quasi tutte le sue opere nella Città eterna, non poteva non incontrarsi anche con Fiorentini, cultore e cantore della romanità. Questi ha partecipato a La Tosca, originalissima commedia musicale e, proprio in coppia con Manfredi, a La notte di Pasquino. Che è poi il lavoro televisivo con cui Magni ha concluso una carriera segnata da alti e bassi ma di ammirevole coerenza tematica.





















