di Margherita Vetrano – Alla Festa del Cinema di Roma, è stato presentato sabato 18 ottobre, per la sezione Grand Public, Palestine 36, il nuovo film di Annemarie Jacir.
La regista di origini palestinesi, al suo quarto lungometraggio, ha già collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti. Con questa sua ultima opera racconta l’origine del conflitto arabo-palestinese.
Girato fra la Palestina, l’Arabia Saudita e il Regno Unito, della durata di 116′,
il film racconta della Palestina del 1936, durante l’occupazione britannica.
Mentre in Europa il nazismo e le leggi razziali inaspriscono lo stile di vita degli ebrei, molti di loro tornano a Gerusalemme.
La vita lentamente cambia e gli ebrei vengono sostituiti, nella considerazione del governo britannico, agli arabi.
Il racconto si sofferma sulle vite di alcuni abitanti di un villaggio limitrofo ed è il giovane Yusuf a fare da trait d’union tra la città e la campagna.
Il cambiamento trasforma abitudini e ambiente finchè la popolazione, sentendosi minacciata nelle sue pertinenze, inizia a ribellarsi alle decisioni governative. Gli operai scioperano e la risposta britannica è durissima.
Gli inglesi, finora amichevolmente visti dalla popolazione, la sottopongono a restrizioni e ritorsioni per la disobbedienza degli scioperanti. Gli arabi prendono coscienza e la loro resistenza si trasforma in ribellione.


La narrazione scivola lentamente nel dramma e i toni si accendono tra l’incredulità del popolo che stenta a comprendere ciò che sta accadendo.
Il padre di Yusuf viene ucciso davanti ai suoi occhi e il fratello portato via dalle guardie. La sua risposta è istintiva ma limpida.
Come lui, tutti i personaggi si schierano anche a discapito dell’amicizia e dell’amore.
Chi può abbandona il campo e chi no, si batte fino allo stremo a dispetto dell’età e della condizione sociale.
È storia, raccontata ancora ma con uno sguardo diverso. Lo sguardo di madri e bambini, di uomini deportati, politici costretti, uomini innamorati e donne forti.
La storia di una rivolta che assomiglia a tutte le altre perchè parla la lingua della lotta.
Nella polvere delle colline intorno a Gerusalemme, la storia porta con sè famiglie intere. Aguzzini e sogni dimenticati eppure immortali perchè la storia si ripete. Sempre.
Splendidamente interpretato da Hiam Abbass, Kamel El Basha e Karim Daoud Anaya nel ruolo di Yusuf, il film riesce ad entrare tra le maglie del popolo palestinese. Ne racconta l’evoluzione e la trasformazione dolorosa. Attraverso il racconto, passante per il lutto e il sopruso, i personaggi si evolvono da semplici contadini in rivoltosi arditi.
Jeremy Irons interpreta lo spirito colonialista regalando il personaggio indimenticabile dell’Alto Commissario Wauchope in misurate battute d’autore.
La storia palestinese, scritta col sangue delle famiglie, grida rivalsa dallo schermo.
Film desiderato da tempo dalla regista, trasmette emozioni fotogramma dopo fotogramma, aprendo uno sguardo glaciale sui fatti.


La storia della regione dello Sham e del movimento sionista, racchiudono l’embrione del conflitto arabo-palestinese.
Il film è candidato ufficiale palestinese agli Oscar come miglior film straniero
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