di Daniele Poto – La fantascienza affidata al quasi ottantenne Steven Spielberg non è un cinema di genere ma risponde a precise mozioni metafisiche. Però comunque la pellicola risponde ai desiderata del box office e, godendo di un larghissimo e ricchissimo budget, indulge a scene da road movie: auto in inseguimenti pazzi, motori speronati dal treno, precipizi schivati per un centimetro.
In definitiva non si fa mancare niente nella eterna lotta tra buoni e cattivi. Che sono tutti americani.
E ci si chiede: i buoni saranno veramente buoni e i loro avversari veramente definitivamente cattivi?
Per la quinta volta Spielberg approccia la fantascienza e i film decisamente indimenticabili in questa raccolta sono i primi due: “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (1977) e “E.T.” (1982). Il tentativo di raccordo con questi due illustri precedenti è vivido di suggestioni ma include una prospettiva decisamente pessimistica: “Il peggio deve ancora venire”.


Più che l’approdo finale agli extraterrestri (che, non a caso, somigliano molto a E.T.) ci intriga il tema dei segreti di Stato, che ha una valenza globale. La scena potrebbe anche essere quella italiana. C’è una minoranza, nominata dal potere politico, che ritiene non sia salutare far conoscere all’opinione pubblica verità scomode, ritrovamenti misteriosi, incursioni da altri pianeti.
Nel nostro caso specifico, alla rinfusa sul piano pubblico, stiamo ancora indagando su Ustica, la strage della stazione di Bologna e, nel privato più intimo, sul delitto di via Poma, per non parlare dell’hit pettegola del momento, il caso Garlasco.
Lo spettro della manipolazione dell’informazione negli Stati Uniti, come adombra il film, ha una traccia più ampia, maligna e subdola e non si arresta neanche di fronte alla cinica prospettiva della sparizione fisica di chi vuole far conoscere alla nazione la verità.
Dopo oltre due ore di rappresentazione convulsa il pathos si scioglie perché la rivelazione avviene mediaticamente, nella maniera più potente e spettacolare che si possa immaginare. Una periferica emittente televisiva di Kansas City irradia la sensazionale novità e paralizza la vita di una nazione.


Se il mezzo è il messaggio, in quel preciso istante sono tutti davanti a uno smartphone a contemplare l’incredibile e l’impensato.
Spicca l’interpretazione di Emily Blunt in una parte multistrato che la obbliga, da inglese adottata statunitense, a parlare anche russo, mentre Colin Firth è definitivamente passato dal ruolo di giovane prestante a quello di anziano a volte feroce, alla fine rassegnato al colpo di scena e alla capitolazione: la verità va fatta sapere.
Il problema è cosa verrà dopo il giorno della rivelazione: tutto tornerà a posto oppure si innesterà un processo di violenta protesta di massa? Spielberg saggiamente muove la domanda ma è ben lontano dall’offrirci una risposta su un piatto d’argento.
Un film da consigliare per la trama, nervosa e a tratti isterica, che non ci fa rilassare in nessuno dei suoi 145 minuti di svolgimento. Un film finalmente pensato per le sale cinematografiche e non per le piattaforme.
Non un capolavoro ma, come si dice retoricamente, uno di quei film “che non si possono perdere”.
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