Cento anni fa moriva Amedeo Modigliani, artista introverso e dannato

di Diego Fioretti* – Cento anni fa, il 24 gennaio 1920, moriva Amedeo Modigliani, malmesso nel corpo, confuso nell’animo e viziato da un’epoca caratterizzata da esuberanti appetiti e da una città, Parigi, femme fatale assoluta e dissoluta, che garantiva un giro di giostra a chiunque bramasse sogni di gloria.

Parigi era il centro del mondo e lì, in quegli anni folli, si diede appuntamento una generazione di talenti come non se n’è più vista.

Parigi, femminone pulsionale, trasformava se stessa e catturava chi la abitava con una vertigine creativa così potente e trascinante da contagiare il mondo intero.

Su questo palcoscenico il nostro Modigliani e una manciata di comprimari diedero vita al lato oscuro di quel can can culturale, ultimo esempio di spirito tardo romantico imbevuto di esotismo.

Modigliani, di salute cagionevole e sempre sul ciglio del baratro, perennemente senza soldi anche se di famiglia benestante, era la faccia introversa e dannata di quell’inizio secolo, di quell’attitudine autodistruttiva che ogni decennio, fino ai giorni nostri, continua a mietere vittime tra le rockstar.

Gli artisti erano gli eroi, le stelle a cui era concesso tutto pur di avere in cambio il brivido, la vertigine di un nuovo linguaggio su cui riflettere e rifondare la società.

L’arte era ancora rivoluzionaria, mirava a rompere con l’Accademia, con la borghesia, dandosi nuove regole e nuovi luoghi di aggregazione come i Caffè, dove il nostro conobbe e divenne amico di artisti come Picasso, Soutine, Utrillo e altri ancora.

Erano tempi, quelli, in cui si poteva pagare il conto al ristorante con un quadro invenduto o abbozzando un disegno sulla tovaglia.

Erano tempi in cui l’assenzio dettava l’andatura della danza creativa e l’arte permeava tutto.

Gli interni degli appartamenti dialogavano con le facciate dei palazzi e, più in là, con gli arredi urbani, il dentro e il fuori non erano separati ma comunicavano con un linguaggio dalle forme morbide e rotonde,

tutto rappresentava la Natura e il lato femminile del Sé, creativo e magico.

Era questa la scenografia in cui si muoveva Amedeo Modigliani e che costituì l’ossatura delle sue creazioni.

Jeanne Hébuterne whith hat and necklace (1917) – commons.wikimedia.org

Era un disegnatore raffinatissimo a cui è stato rimproverato spesso di non avere una gran tecnica pittorica ma gli va sicuramente riconosciuto il merito di esser riuscito a creare uno stile riconoscibile poiché di fronte a un suo quadro non si hanno mai dubbi: è un Modigliani.

Girl in a Green Blouse (1917) – commons.wikimedia.org

Il suo gioco preferito era il ritratto, soprattutto di nudo femminile, su cui ha declinato il suo talento, contaminato dall’arte africana e dall’esprit parigino.

La linea sinuosa dei famosi colli lunghi, attraversa tutta la sua produzione e racconta in senso più ampio, sociale, il tentativo quasi riuscito della parte femminile e animica dell’essere umano, di prendere la parola e dire la sua a gran voce.

L’avvento della prima guerra mondiale ha poi purtroppo sedato la più bella rivoluzione di tutti i tempi, riaffermando il solito strapotere del maschio, soldatino di piombo, che per un attimo ha rischiato di buttare il fucile e diventare uomo.

* artista, autore del disegno ispirato a Modigliani

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