di Daniele Poto – Si può fare grande cinema d’autore anche raccontando una vicenda apparentemente banale. Che non lo è per definizione perché si svolge in Israele, terra di contraddizioni. The Sea di Shai Carmeli Pollak è un film potente e intenso, avaro di parole ma ricco di suggestioni.
Il sogno del mare nel miraggio impossibile di Khaled, un bambino palestinese che si vede respinto per carenza di documenti nella gita collettiva dei suoi compagni nel luogo sognato da una vita. Allora il dodicenne decide di fare tutto da solo e, scansando i materassi dei numerosi familiari, si avventura di notte in una trasferta degna di apprensione. Vive a Ramallah, cittadina palestinese, ma si deve spingere fino a Tel Aviv e dintorni dove non passa inosservato.
Prima sfrutta un passaggio di connazionali clandestini, poi nella capitale, non parlando una lingua, è testimone della vita diversa che riguarda gli ebrei israeliti. Lo specchio della vicenda è la lunga ricerca del padre in città. Anche lui, straniero in patria, privo di permesso, muratore in nero, al servizio di chi lo sfrutta.
Il film è firmato da un regista israeliano pronto a valutare l’assurdità della vita di un popolo discriminato, in un regime di apartheid che ricorda quello del Sudafrica. L’opera ha meritato la candidatura ufficiale di Israele agli Oscar 2026 dopo aver vinto in patria l’Ophir Award, una sorta di David di Donatello israeliano.


Ma poi ha scatenato a posteriori la reazione pesante del governo israeliano che ha minacciato di tagliare la cifra del premio riconosciuta al film per uno sguardo giudicato troppo critico. Un regista palestinese avrebbe peraltro potuto spingersi ben oltre nel far osservare la discriminazione.
Khaled nelle sue peregrinazioni sembra spingersi in un altro continente, non nel luogo a pochi chilometri da casa sua. Non ha soldi in tasca e neanche la smart card che permette di girare sugli autobus. Riceve vaghe simpatie dalle persone a cui chiede informazioni ma assiste alle disfunzioni della vita nel capitalismo: furti, barboni per le strade, la ricchezza ostentata di alcuni.
Il padre intanto precipita nella disperazione e nella sua ricerca senza indizi finisce, imbarazzato, nel panificio di una sua ex amante che lo conforta.
Ricco di bozzetti delicati, il plot s’imbatte nella durezza finale di una contraddizione insoluta.
Padre e figlio nel momento del reciproco ritrovamento vengono fermati dalla polizia con i mitra spianati. Ulteriore elemento di sospetto è la kippah che il padre conserva nella tasca per fingere di essere un israeliano. Non c’è rimprovero del genitore verso il figlio ma una sorta di sguardo solidale prima della traduzione in un posto di polizia, con un finale aperto alle possibili risoluzioni del fermo.


Non hanno commesso reati se non quello di aver superato un muro, di essere privi di un permesso concesso unilateralmente.
Però il pathos si è sciolto perché, seppure da lontano, di scorcio, Khaled ha visto il mare di Tel Aviv e dunque la sua fuga non è trascorsa invano.
Un film di rara delicatezza, impostato come un tenero road movie palestinese. Il protagonista non ha una ricca gamma di emozioni ma funge da spugna emotiva di tutto quello che gli passa accanto, che lo meraviglia ma non lo seduce.
Disponibile nelle sale italiane dal 6 maggio e distribuito da Mescalito, il film ci fa capire la realtà della schizofrenia della politica molto di più di tanti lontani fatti di cronaca che apprendiamo a mezzo stampa. Documentando una violenza psicologica più che fisica, composta, come un puzzle, da tanti minuti particolari.
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