di Stefano Macera – Non a torto, l’architettura ufficiale degli anni ’30 viene spesso associata a un retorico monumentalismo. Alcuni edifici a carattere utilitario, però, si sottraggono a qualsiasi magniloquenza. Lo attestano gli uffici postali che, nel decennio in questione, sono stati costruiti nella capitale, a cominciare da quello di via Taranto, nel quartiere Appio Latino.
Realizzato da un progettista e didatta di prim’ordine come Giuseppe Samonà, tale palazzo coniuga senza stridori tradizione e modernità. All’autore interessava la definizione di un linguaggio nuovo, allineato alle sperimentazioni formali del resto d’Europa ma memore di una vicenda costruttiva stratificata.
Analizzando la sua creazione, emerge una notevole distanza dai goffi richiami all’antico che distinguevano quella fase.


Dominanti, infatti, erano l’uso pleonastico delle colonne, perlopiù di ordine gigante, e il culto dell’arco, elemento che non di rado assumeva più una valenza simbolica che strutturale.
A dire il vero, l’opera in oggetto, realizzata tra il 1933 e il 1935, mette in discussione pure una certa descrizione di Samonà, a volte presentato in quanto fautore d’un prudente accostamento alle istanze avanguardiste.
In essa, evidente è l’adesione a quella versione italiana del razionalismo che s’ispirava a uno specifico ideale di classicità. Da intendersi non come riferimento all’arte di fasi passate, ma in quanto ricerca di ordine e di chiarezza. In sostanza, parliamo di una visione dell’attività costruttiva molto articolata, che qui viene peraltro esemplificata nel migliore dei modi. Perché da un lato l’uso di materiali di rivestimento dalla lunga storia, come il travertino e il granito grigio, non rimanda ad alcuna istanza nostalgica. Dall’altro,
con estrema decisione si archivia un tratto tipico del palazzo pubblico romano: la gerarchia tra le facciate.


Infatti, a distinguere i due prospetti della parte riservata al pubblico, che si affaccia su via Taranto e su via Pozzuoli, è solo la rampa d’accesso collocata nel primo. Per il resto, risultano entrambi composti da un basamento foderato in travertino, da un primo piano dalle ampie aperture vetrate, e da due livelli superiori murati con finestre dalle modeste dimensioni.
Sennonché in tale impianto, che in sé potrebbe apparire rigido, a un certo punto interviene un elemento difforme. In angolo tra le due strade, il basamento arriva a trasformarsi in ricurva sporgenza, al di sopra della quale i tre livelli dell’edificio si risolvono invece in pronunciata concavità.
A ben vedere, qui riaffiora uno stilema del barocco romano, ma poco c’entra il gusto della citazione dotta.
Il punto è un altro, come si può evincere osservando la costruzione a distanza. Tale soluzione non solo segnala l’edificio, ma permea di sé lo spazio urbano e incide sulla sua percezione.


Insomma, Samonà si riallaccia all’aspetto più attuale dello stile dominante nel ‘600, che è la spinta a concepire in modo unitario l’architettura e l’urbanistica. Il che conferma quanto siano riduttive certe descrizioni del suo operato. Estraneo a qualsiasi passatismo, egli ha rielaborato alcune lontane lezioni per scongiurare uno dei rischi dell’architettura contemporanea. Che talvolta ha prodotto oggetti anonimi e isolati, al limite esemplari per fruizione interna degli spazi ma totalmente sganciati dal tessuto viario e costruttivo di riferimento.
Invero, il legame con il contesto viene qui sottolineato anche in altri modi. Si pensi alle ampie vetrate del primo piano: all’esterno segnalano lo spazio riservato al pubblico, ma entrando se ne intuisce una funzione ulteriore.
Certo, passeggiando per il lungo corridoio che segue l’andamento delle suddette facciate, si viene dapprima colpiti da una variazione. In angolo, una struttura aperta e scandita da pilastri ospita gli ambienti di consulenza, replicando – nell’andamento curvo – la concavità esterna.
Tuttavia, presto ci si accorge di una cosa: salvo che in questa interruzione, grazie alle vetrate risulta sempre visibile quel che avviene fuori, nella trafficata via Taranto come nella quasi deserta via Pozzuoli. Tra il serio e il faceto, viene da ipotizzare che il progettista si sia posto il problema di offrire agli utenti un motivo di intrattenimento. Il nostro ufficio si colloca in un’area popolosa, perciò non di rado vi si è costretti a lunghe e tediose attese.
Ma ovviamente il discorso di fondo è un altro:
mantenere il contatto visivo con la realtà esterna equivale ad affermare, di nuovo, l’idea di un’architettura non più autoreferenziale.
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