“Vorrei prenotare una visita medica”: al Cup dell’ospedale Bambino Gesù rispondono i detenuti

(di Agnese Malatesta)  – Il lavoro come principale occasione di reinserimento per persone che sono state in carcere ed hanno scontato la pena.

Un percorso complesso che necessita di accompagnamento e di fiducia, di formazione, fin da quando la persona è ancora detenuta.

E’ in questo percorso che si inserisce un progetto che vede coinvolti una decina fra detenute e detenuti del carcere di Rebibbia: in regime di lavoro esterno in semilibertà, escono tutte le mattine per andare a lavorare, regolarmente contrattualizzati, al Cup dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Sono loro a rispondere alle domande di genitori che chiedono per i loro figli un appuntamento per una visita medica o per un esame diagnostico. Dopo le ore di lavoro, in serata rientrano in cella.

Il progetto è promosso dalla cooperativa e-Team, costola di Vic-Volontari in carcere, un’organizzazione di volontariato legata alla Caritas di Roma e che quest’anno celebra i 25 anni di attività nell’istituto penitenziario romano.

La cooperativa  nasce nel 2000 allo scopo di costruire opportunità di lavoro per i detenuti ed ex detenuti, fuori e dentro il carcere.

“Da quando è nata e-Team – spiega a B-hop Lisa Frangella, psicologa ed amministratrice della cooperativa, già volontaria del Vic – cerchiamo di costruire percorsi individuali e offriamo occasioni di formazione”.

In quasi 20 anni E-Team, con i suoi lavoratori, ha fra l’altro gestito laboratori informatici e le cucine del carcere.

Ora fra i suoi impegni è responsabile del servizio prenotazione del Bambino Gesù

impiegando 12 persone all’interno di Rebibbia, un’altra decina si recano sul luogo.

Alcune centinaia i detenuti che sono stati occupati in quasi vent’anni; solo negli ultimi tre anni, hanno lavorato all’interno del carcere 35 ragazzi; alcuni sono poi usciti e si sono ricollocati.

Quando vengono assunti, possono godere di un contratto a tempo indeterminato con tutte le garanzie del caso; un lavoro che passa per una selezione e una formazione.

“Nessuno è tornato in carcere”

tiene a dire Frangella.

Con il Bambino Gesù, il rapporto di e-Team è cominciato quattro anni fa. “I lavoratori del Cup sono molto motivati – spiega ancora – forniscono un servizio di eccellenza. E’ un lavoro che crea un impatto emotivo molto forte. A volte il loro dolore risuona con quello che c’è dietro una richiesta per un problema medico. Si attivano, cercano di risolvere il problema, hanno quindi un’attenzione particolare. Spesso sono papà che non vivono la genitorialità”.

 

Chi decide di lavorare ha regole precise, viene responsabilizzato. “La motivazione principale non è il salario – precisa -, questo lo è solo all’inizio. Poi entrano in gioco altre situazioni. Vediamo infatti che le persone si sentono utili, sanno di fare qualcosa di buono. Inoltre, grazie al rapporto con l’esterno, la persona non viene trattata da detenuto e anche la sua condizione viene relativizzata. Tutto ciò ha un forte potere trasformativo”.

Anche l’ospedale pediatrico apprezza il lavoro  dei detenuti al Cup. “Il rapporto con la cooperativa e-Team – dice il direttore sanitario Massimiliano Raponi – si è consolidato negli anni. Noi siamo molto soddisfatti del servizio che svolge. E’ un’esperienza che ci ha insegnato molte cose. Abbiamo capito che si può coinvolgere nel mondo socio-sanitario persone che hanno intenzione di rimettersi in gioco guardando il futuro”.

“Mai abbiamo avuto un problema o un disguido”.

Inoltre, “per noi questa attività ricopre un importante valore etico. E’ proprio la nostra missione andare oltre alla stessa attività dando rilievo ad un’alleanza fra famiglie e persone che hanno attenzione alla sofferenza”.

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Agnese Malatesta

Giornalista professionista. Per trent’anni cronista all'Ansa, mi piace raccontare fatti e persone ‘comuni’. Scrivo su B-hop perché quelle storie, forse semplici ma non scontate, e comunque vitali e positive, di solito non fanno la storia del momento ma arricchiscono le vite di tutti. Mi piace pensare che questo sia un modo per contribuire al vivere civile. Sempre attratta dai temi sociali – laureata, più o meno consapevolmente, in Sociologia – guardo con passione alle novità in questo ambito. Ho una predilezione per i fiori, le rose in particolare, e per le scrittrici donne.
Agnese Malatesta
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Agnese Malatesta

Giornalista professionista. Per trent’anni cronista all'Ansa, mi piace raccontare fatti e persone ‘comuni’. Scrivo su B-hop perché quelle storie, forse semplici ma non scontate, e comunque vitali e positive, di solito non fanno la storia del momento ma arricchiscono le vite di tutti. Mi piace pensare che questo sia un modo per contribuire al vivere civile. Sempre attratta dai temi sociali – laureata, più o meno consapevolmente, in Sociologia – guardo con passione alle novità in questo ambito. Ho una predilezione per i fiori, le rose in particolare, e per le scrittrici donne.