Terremoto, dalla Sardegna 1000 pecore ai pastori: è la tradizione solidale “Sa Paradura”

Dalla Sardegna arriva l’aiuto alle zone terremotate con l’antica tradizione “Sa Paradura“, un messaggio di umanità profonda e solidarietà. In accordo con varie associazioni di categoria e di volontariato nazionale, i pastori sardi doneranno, il prossimo 9 aprile, un migliaio di pecore ai loro “fratelli” dell’agro di Cascia e della Valnerina, che hanno perso tutto nel terremoto del 24 agosto scorso e nelle recenti violente nevicate che hanno ulteriormente fiaccato la resistenza delle popolazioni colpite.

Pecore sarde - foto di Marcello Mundula - GNU
Pecore sarde – foto di Marcello Mundula – GNU

Cosa fare dopo un terremoto, come quello recente in Umbria, Marche e Abruzzo, dopo una sciagura, un cataclisma che priva di tutto intere popolazioni? Facile dire “ricostruire“. Facile anche criticare, cercare colpevoli ed assistere immobili agli sforzi di chi, ferito, colpito, abbattuto, cerca di rimettersi in piedi.

Non la pensano così da secoli e secoli, dai tempi arcaici, forse dall’età nuragica, i pastori sardi, che sulla mutua  solidarietà hanno fondato il loro modo di vivere, ritmato dalle stagioni e dai tempi biologici delle loro greggi.

Sa Paradura è un istituto arcaico della società sarda, che prevede l’intervento in favore di un pastore che per avversità naturali, alluvioni, incendi, attacchi di animali predatori,  abigeato o vendette abbia perso le proprie greggi. Gli altri pastori, agiscono di comune accordo per aiutarlo a risollevarsi donando una pecora, un agnello, un montone, o più a seconda delle proprie disponibilità, così che il pastore sfortunato si possa rialzare e riprendere a lavorare. Questo, ed è qui la grandezza di Sa Paradura, senza che il pastore aiutato si debba sentire in dovere di riconoscenza verso i pastori donatori, avendo in cuor suo assunto da sempre l’impegno morale di agire nello stesso modo davanti alle avversità di un altro pastore che si trovasse nel bisogno.

Il sistema messo in funzione risolve due problemi contemporaneamente: da un lato si permette a chi è in difficoltà di ripartire con il proprio lavoro, dall’altro il pastore aiutato non è costretto ad indebitarsi con nessuno e resta libero da costrizioni e asservimenti verso chicchessia.

Un sistema di mutua assistenza solidale, che agiva ed agisce ancora sul fatto che non c’è peggior nemico di un pastore di chi vive nell’invidia e nello sconforto della povertà senza speranza.

Ovile a Sanluri - Foto ML
Ovile  – Foto ML

La pastorizia è fatta di gesti ripetuti, di attenzione per le proprie pecore e capre, di lunghi periodi di solitudine e di aspri scontri con la natura. Il pastore è duro ma è morbido nei sentimenti come il formaggio che produce, sapido e profumato per le erbe brucate dagli animali, il cuore del pastore è caldo come la ricotta appena tirata fuori dal siero. Quel cuore che nei secoli ha permesso di autogestire le avventure e le sventure della pastorizia, perennemente in discussione da quando la società ha voluto definire dei ruoli nei quali l’apparire è più importante dell’essere. Il pastore no, il pastore resta uomo davanti a tutto e tutti, rispettoso di regole ferree che permettono di vivere anche nei momenti più duri e difficili, anche con la lontananza dalla famiglia e con le avversità delle stagioni.

Sa Paradura è contraria ad ogni regola attuale della concorrenza, perché nega il detto latino “mors tua vita mea”, per il quale la sfortuna di uno è la ricchezza di un altro.

Per i pastori la sfortuna di uno è la sfortuna di tutti, perché con la natura non si scherza, neanche con gli uomini cattivi, e sapere di poter contare sull’aiuto incondizionato di chi fa la tua stessa vita è una bella iniezione di speranza. In questo, pur se molto diminuito l’uso sociale attuale di Sa Paradura, continua ad essere praticata nel mondo agro-pastorale sardo, anche in situazioni legate a piccole donazioni o interventi urgenti per i danni causati dalla piaga degli incendi.

Saranno un migliaio i pastori che realizzeranno questa transumanza oltre-tirrenica, in “Continente” per dirla alla sarda, e che doneranno un loro animale ai pastori di Cascia. Sarà una transumanza festosa, perché i pastori partiranno sapendo che ciò che compiranno non sarà un gesto che gli è stato imposto dall’alto, ma che nasce da loro, dalle loro tradizioni, dal loro sentirsi parte di una società che non si vuole arrendere davanti a nulla.

Già nel 2009 si realizzò Sa Paradura, in occasione del terremoto che colpì L’Aquila e l’Abruzzo: anche in quell’occasione fu il gruppo musicale nuorese degli Istentales a farsi promotore della donazione, che fruttò circa 700 capi di bestiame, che diedero la possibilità a molte aziende zootecniche aquilane di risollevarsi con le pecore e le capre sarde. Anche stavolta dopo la proposta degli Istentales si sono messe in movimento la Coldiretti della Sardegna e due organizzazioni di protezione civile e volontariato, Prociv Italia (che ha agito proprio nella zona di Cascia portando soccorso dopo il terremoto) e Casiss, oltre ad una azienda che assicurerà il foraggio necessario al sostentamento degli animali in viaggio e per i primi giorni di ambientamento nella Valnerina.

Le amministrazioni di Cascia e della Valnerina hanno accolto con entusiasmo l’idea di Sa Paradura, forse anche per il grande legame di fede che esiste tra Santa Rita e la Sardegna: la Santa è amata e venerata in tutti i paesi dell’isola, ed il suo santuario a Cascia è meta di pellegrinaggi continui.

La speranza viene da una capretta - foto ML
La speranza viene da una capretta – foto ML

Una curiosità: quando il Cagliari calcio vinse lo scudetto nel 1970, tutta la squadra si recò, pochi giorni dopo il trionfo, in pellegrinaggio a ringraziare Santa Rita, donando la maglia del suo cannoniere principe, Gigi Riva, quasi a voler significare che quei palloni che gonfiavano la rete dando vita ad un vero miracolo sportivo, non potevano che esser stati guardati benevolmente da Lei, la “Santa dell’impossibile“.

Oggi sta germinando un nuovo miracolo, che nasce dai tempi antichi di un mondo, quello dei pastori, troppo spesso guardato con sospetto, e che ancora deve combattere per la sua sopravvivenza: in un periodo in cui un litro di latte viene pagato ai pastori tra 50 e 55 centesimi a fronte dell’euro e 10 centesimi di un anno fa, nonostante lo spettro della chiusura per tante piccole aziende, nonostante la paura del fallimento e la triste prospettiva di dover abbattere molti capi per farne carne, non potendo guadagnare con il latte, i pastori si muovono per Sa Paradura in aiuto dei pastori di Cascia.

Perché un pastore non resterà mai solo nella sventura.

 

Massimo Lavena

Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.
Massimo Lavena
Massimo Lavena

Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.