La vera storia della cometa di Betlemme? Tutta colpa di Giotto…

È tutta colpa di Giotto se in cima alla capanna del vostro Presepe campeggia una brillante cometa seguita da una lunga coda. L’unico Vangelo a parlare di un evento astronomico associato alla nascita di Gesù, infatti, è quello di Matteo che racconta di una stella (astera nel testo greco) avvistata da alcuni Magi (il tradizionale numero tre e i loro nomi sono particolari apocrifi) che la seguirono fino a giungere nella casa del bambino e di Maria sua madre, dove si fermarono ad adorarlo.

L’interpretazione di questo brano evangelico è all’origine di molte controversie teologiche, simboliche e, non ultime, scientifiche. Sono ben pochi, infatti, gli astronomi pronti a giurare che quella vista dai Magi fosse una vera cometa. Considerando che la nascita di Gesù va collocata tra il 7 e il 4 A.C., le fonti coeve, sia occidentali che orientali, non riportano notizie di comete apparse intorno a quegli anni.

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Cappella degli Scrovegni – Padova

È solo nel 1303 che l’ipotesi della cometa entra in gioco e si ruba tutta la scena con la consumata sapienza dell’arte. In quell’anno, infatti, Giotto comincia a dipingere a Padova la Cappella degli Scrovegni che comprende la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi. È opinione comune che Giotto abbia usato un modello davvero straordinario per raffigurare la stella di Betlemme, ovvero la Cometa di Halley che lo aveva vivamente impressionato durante il passaggio del 1301. La raffigurazione di Giotto agli Scrovegni è una vera e propria cesura rispetto all’iconografia tradizionale che fino ad allora si limitava, appunto, alla figura stilizzata di una stella a più punte su un fondo oro. Quella padovana, invece, è la raffigurazione di una potente palla di fuoco che si staglia con una lunga coda rosso-arancione su un cielo blu.

L’impressione che se ne riceve è davvero portentosa, al punto che da allora in poi la semplice stella apparsa ai Magi divenne, quasi per imposizione artistica, una cometa dalla lunga coda e come tale ha attraversato non solo i cieli di Oriente, ma ben sette secoli di storia, fino a consolidarsi come un indiscutibile dato di fatto nell’immaginario collettivo che accompagna il Natale.

Ma cosa voleva indicare, in verità, l’Evangelista Matteo parlando di una stella? Dal passo del Vangelo si evince che il Re Erode apprende proprio dai Magi la notizia dell’apparizione di un oggetto celeste particolarmente prodigioso. Doveva trattarsi, quindi, di un fenomeno particolare, ma solo per occhi esperti. E a dirimere la questione ci pensò proprio un esperto.

In una sua pubblicazione del 1614 Keplero dimostrò che tra il 7 e il 6 A.C. si verificò nella costellazione dei Pesci una rarissima congiunzione tripla tra Giove, Saturno e Marte. In altre parole i tre pianeti apparivano prospetticamente vicinissimi in cielo (tanto da poter essere scambiati per una unica stella) e lo rimasero a lungo, probabilmente per oltre un mese. L’evento, carico di un complesso simbolismo regale per i sacerdoti dell’epoca, pur essendo visibile da tutti, poteva essere interpretato solo da quel misto di ministri di culto, astronomi e astrologi che erano i Magi.

E allora, cosa fare della così affascinante cometa in cima alla capanna del nostro presepe? In anni di stucchevoli polemiche sul significato e il ruolo del presepe, meglio conservarla così come ci è stata consegnata da Giotto. D’altra parte il mondo della scienza ha abbondantemente perdonato il pittore per averci messo iconograficamente fuori strada, se è vero che il nome della Missione con cui l’Agenzia Spaziale Europea nel 1986 si avvicinò alla cometa di Halley per fotografarne il nucleo, fu proprio quello di Giotto.

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Il nucleo della Cometa di Halley fotografato dalla Missione Giotto

 

Vincenzo La Monica

Operatore della Caritas di Ragusa, si occupa di immigrazione e di tutto ciò che c'è da fare. Quando non lavora e non bada ai suoi due figli, coltiva tre passioni: l’astronomia, la lettura, raccogliere asparagi in campagna e dire qualche bugia.
Vincenzo La Monica

Vincenzo La Monica

Operatore della Caritas di Ragusa, si occupa di immigrazione e di tutto ciò che c'è da fare. Quando non lavora e non bada ai suoi due figli, coltiva tre passioni: l’astronomia, la lettura, raccogliere asparagi in campagna e dire qualche bugia.