Qual è il giusto rapporto tra cibo ed emozioni? Come riconoscere “la fame emotiva”

Quante volte ci siamo seduti a tavola spinti da un reale senso di fame? Quante volte invece lo abbiamo fatto solamente perché attratti da un profumo gradevole o da un piatto invitante? E ancora, a chi di noi non è mai capitato di gradire un cibo che rievoca in qualche modo un momento particolarmente piacevole, e di rifiutarne uno che è invece associato a un ricordo non troppo felice? Anche Proust in un episodio di “Alla ricerca del tempo perduto” fa riferimento a uno stretto rapporto fra cibo ed emozioni, attraverso il concetto di memoria involontaria: il protagonista gustando del the, prova una gioia immensa ed indescrivibile… il sapore e il gusto sono capaci di fargli rivivere i piacevoli tempi passati.

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E così da una semplice tazza di the fuoriescono luoghi, persone, colori ed emozioni che la sola memoria razionale non sarebbe stata capace di rievocare. Oppure come Nanni Moretti che in “Bianca” affoga le proprie preoccupazioni in un gigantesco barattolo di cioccolata. Divorare qualcosa sembra l’unica reazione ad una frustrazione. Tanti sono gli esempi che potremmo fare per indicare come un cibo evochi un’emozione o al contrario un’emozione provochi la ricerca di un cibo come rimedio o contenitore a questa. 

Tutto questo aiuta a capire come l’assunzione di cibo rivesta un significato piuttosto complesso che va ben oltre il meccanismo puramente fisiologico ma che non può comunque prescindere da questo. E’ opinione comune infatti, che il bisogno di mangiare, LA FAME, nasce da un normale meccanismo fisiologico, interno al organismo teso a ridurre lo stato di tensione ed a ripristinare l’omeostasi. Tuttavia, accanto a questo meccanismo, ce n’è un altro, che, a livello cerebrale, è chiamato circuito dopaminergico e può essere attivato anche alla sola vista del cibo o al pensiero di un cibo a noi particolarmente gradito, sia esso un cibo sano o meno. Gli esperti nutrizionisti mondiali ritengono che oltre il 75% delle calorie in eccesso nella popolazione derivano da comportamenti alimentari in risposta allo stress o disagi psicologici e solo il 25 % da problemi genetici o fisiologici. Mangiare ha una potente azione antistress ed è il modo più immediato per sentirsi meglio e compensare a bisogni emotivi insoddisfatti. È anche il modo più primordiale con cui compensiamo a qualcosa che manca e di cui non siamo consapevoli. I meccanismi di compensazione a livello cerebrale sono gli stessi circuiti della ricompensa che agiscono nelle forme di dipendenza (da sostanza, da gioco d’azzardo o da internet), per cui la fame emozionale può essere considerata al pari delle altre una forma di dipendenza.

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Come riconosco la fame emotiva. Cibo come antistress – Quando il livello di stress nell’organismo è alto si producono quantità maggiori di cortisolo, ormone che in eccesso provoca le reazioni tipiche degli stati ansiosi, di paura o di panico. Il cortisolo innesca il desiderio di cibi ricchi, salati, ad alto contenuto di grassi e zucchero che diano una “sferzata” di energia e di piacere. Più alto il livello di ansia più è probabile che si inneschi il comportamento del Mangiare emotivo.

Cibo come controllo delle emozioni sgradevoli – Mangiare può essere un modo per mettere a tacere temporaneamente emozioni scomode, tra cui rabbia, paura, tristezza, ansia, solitudine, il risentimento e la vergogna.

Cibo come passatempo – per fronteggiare la noia o sentimenti di vuoto. Alcune volte si mangia per fare qualcosa, per alleviare la noia, o per riempire letteralmente un vuoto

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Per imparare a gustare realmente ciò che mangiamo senza “mangiare le nostre emozioni” è indispensabile provare a fermarsi un attimo, prima di cedere ciecamente a quello che ci sembra l’irresistibile impulso della “fame” e riflettere se quello che stiamo per introdurre è un buon “ingrediente” o piuttosto una violenza per il nostro corpo e, in ultimo ma non per importanza, se il “nutrimento” di cui in quel momento sentiamo il bisogno non sia da ricercare piuttosto in un altrove. E’ necessario quindi iniziare a riconoscere i propri stati interni, ad ascoltare e conoscere il nostro corpo, prendere contatto con le proprie emozioni e i propri bisogni. Conoscere le convinzioni limitanti che non ci permettono di essere felici ed in armonia con noi stessi. Esplorare il nostro mondo interiore è un vero e proprio allenamento che va eseguito in maniera costante e amorevole.

Anita Curatola

Psicologa, mediatrice Familiare,
formazione in psicoterapia junghiana. "La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro al tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia". C.G.Jung
Anita Curatola
Anita Curatola

Anita Curatola

Psicologa, mediatrice Familiare, formazione in psicoterapia junghiana. "La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro al tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia". C.G.Jung