Cop24 a Katowice, ennesimo summit Onu: i cambiamenti climatici possiamo fermarli solo noi

(di Maria Ilaria De Bonis) – “Clean coal is a dirty lie, ‘il carbone pulito è una sporca bugia’: si legge sui cartelli dei manifestanti che protestano a margine del Cop24 di Katowice, in Polonia. Nella città simbolo delle miniere e delle fabbriche, è in corso fino al 14 dicembre l’ennesimo summit delle Nazioni Unite sul clima.

Si tratta del 24esimo vertice che dovrebbe dar seguito all’accordo di Parigi del 2015 per il taglio delle emissioni nocive di Co2.

L’obiettivo è tenere il riscaldamento climatico sotto i due gradi, ma il mega-vertice polacco si preannuncia già un flop totale.

«Il cambiamento climatico ha un impatto anche sulla salute: abbiamo bisogno di una formula per fermare il surriscaldamento», dicono gli ambientalisti.

Agenzie stampa e quotidiani on-line si affannano a restituirci la sintesi anticipata di un vertice iniziato male, soprattutto perché il presidente polacco Andrzei Duda due giorni fa ha esordito dicendo che la Polonia “non può rinunciare al carbone“.

La realtà è che il tempo stringe e bisogna agire presto: serve definire un’agenda chiara ed efficace per applicare i principi messi nero su bianco a Cop21 e tirare fuori risorse per sostenere i Paesi in via di sviluppo nel loro tentativo di tagliare le emissioni di gas serra.

Ma la verità è che nessun Paese ha intenzione di iniziare da sé e fare dei passi in quella direzione. Non tanti quanto ne servirebbero, almeno.

Perché tagliare le emissioni inquinanti significa necessariamente usare meno energia e dunque produrre di meno. Toccare il sistema di produzione e il sistema industriale, e incidere ahimè, anche sull’occupazione. Significa reinventare intere economie basandole su altri principi e dunque smantellare vecchi sistemi industriali ancora in piedi.

Da un punto di vista giuridico Cop21 era stata una dichiarazione di intenti che stabiliva degli obblighi, affidando però a ciascun Paese la possibilità di autocertificare le emissioni prodotte e non prevedeva sistemi di controllo super partes.

Inquinare di meno prevede anche investimenti da destinare alle energie pulite: è una inversione di rotta che nessuno ha intenzione di intraprendere davvero, tantomeno i Paesi dell’est Europa.

Un’epoca energetica ‘pulita’ è lontanissima dal venire: ci vorranno almeno altri dieci anni solo per una minima inversione rispetto all’uso dei combustibili fossili.

Senza obblighi o vincoli stringenti è quasi impossibile che qualcuno vorrà tagliare in modo sostanziale i gas serra.

Al di là di come andrà a Katowice, è chiaro che non possiamo permetterci di aspettare i tempi lunghi della politica e del negoziato.

La palla deve passare ai piccoli: ai cittadini, ai consumatori, agli attivisti, ai comuni, alle associazioni. In una sola parola a tutti noi.

L’attivista Naomi Klein già tre anni fa aveva detto:

«Adesso più che mai tocca ai popoli, ai movimenti, alle lotte ambientali farsi carico della sfida. Vanno declinate e spinte le proposte capaci di costruire il “mondo che vogliamo”».

Cosa fare, allora, se i governi non vogliono agire?

Sicuramente prendere atto della gravità della situazione climatica, poi stabilire delle connessioni. Unire le forze, mettersi in rete, avviare serie discussioni e proteste. Pretendere una riconversione industriale.

Diventare attivi nella richiesta di interventi statali, e, non ultimo, usare la leva dei consumi per dire no a tutto ciò che prevede un uso intensivo di combustibili fossili.

Il boicottaggio dei consumi è un’arma molto potente nelle nostre mani di cittadini.

Certamente va rilanciata e curata attraverso delle campagne sia locali che internazionali, attraverso una consapevolezza globale che va costruita assieme.

Creare gruppi e circoli ‘green’, a partire dal proprio quartiere per finire con le assemblee cittadine; continuare a manifestare il dissenso collettivo ogni volta che si può.

Non assecondare l’acquisto di auto inquinanti, usare di più i mezzi pubblici, il car sharing, le biciclette, i piedi.

Il cambiamento è epocale, perché è culturale. E sta davvero ad ognuno di noi volerlo fino in fondo! Dobbiamo iniziare ad attivarci, a non aspettarci dei cambiamenti calati dall’alto:

Siamo tanti, siamo vivi e dobbiamo essere attivi.

Maria Ilaria De Bonis

Maria Ilaria De Bonis

Giornalista professionista, mi sono occupata di economia e finanza in passato. Ora scrivo di Medio Oriente, Africa, povertà. Io b-hop perché «ho voglia di raccontare la forza, l'energia e il riscatto. La sana ribellione di chi ogni volta rinasce. E fa più bello il mondo».
Maria Ilaria De Bonis
Maria Ilaria De Bonis

Maria Ilaria De Bonis

Giornalista professionista, mi sono occupata di economia e finanza in passato. Ora scrivo di Medio Oriente, Africa, povertà. Io b-hop perché «ho voglia di raccontare la forza, l'energia e il riscatto. La sana ribellione di chi ogni volta rinasce. E fa più bello il mondo».