di Agnese Malatesta – Sette bambini su dieci adottati dall’estero in Italia sono portatori di bisogni speciali. Sono, cioè, bambini con i cosiddetti ‘special needs’ che necessitano di particolari attenzioni a causa di traumi ed abusi subiti, che presentano problemi di comportamento o che hanno incapacità fisiche o mentali; oppure fanno parte di fratrie o, semplicemente, sono i ‘grandi’, hanno più di 7 anni.
In pratica gli adottati con special needs – riferisce l’ultimo rapporto della Commissione internazionale per le adozioni internazionali (Cai), relativo al 2023, in cui si apprende l’ulteriore record del calo di bambini adottati, appena 585 nel corso dell’anno, un numero mai raggiunto – rappresentano di gran lunga la maggioranza degli ingressi in Italia a scopo adottivo (412) con una crescita significativa registrata in un anno: il 70,4% contro il 55,4% del 2022.
Cosa ci dicono questi dati? Innanzitutto che
l’adozione è sempre più un percorso ad ostacoli.
Ci sono paesi che, nonostante abbiano istituti con minori abbandonati, chiudono all’adozione all’estero, quasi fosse una vergogna nei confronti del mondo e preferiscono (non sempre riuscendosi) adozioni interne. Poi, prima il Covid e poi la guerra in Ucraina hanno aggravato la situazione. Sia l’Ucraina che la Federazione Russa erano due dei paesi dove le adozioni influivano in modo importante. I numeri sono davvero inquietanti, crollati in quattro anni: solo 585 bambini arrivati in Italia nel 2023 contro i 698 del 2022, i 680 del 2021, i 669 del 2020, i 1.205 del 2019, 2.206 nel 2014.
C’è da chiedersi poi se le politiche governative italiane potrebbero fare di più.
Ma in questo quadro, così complesso, c’è una bella notizia:
la generosità degli aspiranti genitori italiani che non si tirano indietro di fronte alla possibilità di accogliere un figlio difficile.
Accettano l’esperienza di affiancarlo in una crescita che sanno sarà problematica, necessiterà di attenzioni e presenza, di impegno e confronti. E’ una scelta che certamente non può giustificare la scarsa disponibilità di bambini, come dire ‘mi accontento’. No non è sufficiente voler, semplicemente, diventare mamma e papà per prendersi cura degli ‘special needs’. Piuttosto si rinuncia. E’ invece necessaria una consapevolezza e un gran cuore. Questo dato dice proprio questo e va sottolineato, perché
è una realtà che racconta di persone umane ed amorevoli, coraggiose. Che amano nonostante frustrazioni e fatiche.
Nel 2023, rispetto al totale dei minori segnalati come portatori di special needs, l’84,5% è portatore di uno solo dei bisogni speciali. La categoria più ampia è quella dei minori con più di 7 anni (51,7%); segue la categoria di coloro che presentano traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale (29,9%) e, infine, delle fratrie (2,9%).
Il restante 15,5% rientra nella combinazione di almeno due categorie prese in considerazione. Molti dei figli con ‘special needs’ possono guarire con una semplice operazione chirurgica; alcune delle problematiche si possono risolvere nel giro di qualche anno con cure mediche o psicologiche adeguate. Non tutto però si può risolvere. Ma nessuno al momento della telefonata che annuncia l’arrivo di un figlio lo sa. Perché i percorsi e la dedizione prendono strade sconosciute e
l’incontro fra genitori e bambini resta una magia che dà sempre e comunque i suoi frutti. Dà la vita.
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