di Marianna Mandato – Successe tanto tempo fa che in un mondo non troppo diverso da questo un uomo cominciò a pensare.
Ascolta “Cosa successe all’uomo che iniziò a parlare” su Spreaker.
Ma cosa accadde all’uomo quando cominciò a pensare? E soprattutto, come iniziò a pensare se ancora non possedeva un qualunque tipo di linguaggio?


Ricominciamo.
Come accadde che quell’uomo cominciò a pensare?
La risposta non è semplice. E se anche lo fosse non sarebbe coerente.
Se fosse coerente sarebbe solo un caso.
Essendo la coerenza stessa già fonte di dissidio in quel mondo.
In quel mondo non si avevano mai prove effettive di alcun genere.
E in mancanza di prove oggettive si potevano fare solo congetture.
Una di quelle congetture era questa: l’uomo iniziò a pensare quando il suo bisogno di essere sfamato diventò una necessità. O meglio, quando la fame gli impose di comunicarla.
Un’idea, fatta di segni, di simboli, di un che di originario, di un archetipo, chi lo sa, ma, in ogni caso un’idea si impossessò di lui. E lui pensò.
Come non lo sappiamo. Però ideò un atteggiamento per chiedere.
Fatto sta che sopravvisse.
Purtroppo.
“Purtroppo”, dissero animali e specie diverse da quella umana. Tranne il cane, le zanzare e pochi altri che pensarono di trarne un qualche tipo vantaggio.
Non occorre stupirsi del fatto che anche gli animali pensassero. Ma non sentissero il bisogno di comunicare nulla con inutili parole.
Insomma, gli uomini iniziarono a condire tutto di suoni utili. Che generavano un pensiero utile.
Inizialmente disarticolato ma ordinatamente sonoro. Con la loro mente ordinata, insomma. Organizzata. Che generava altri suoni. In un circolo vizioso.
I suoni utili erano accompagnati da gesti utili. Come quello di indicare, anche semplicemente con gli occhi.
Non è difficile parlare con gli occhi. In quel momento, però, era più difficile trovare i suoni giusti. Giacché gli occhi purtroppo non si udivano a distanza e gli uomini volevano farsi sentire anche a distanza.


Dapprima, erano solo le necessità ad essere comunicate. Quelle essenziali. Specialmente la necessità di essere nutriti, si diceva. Non ci stupiremmo se fra le prime parole spopolasse “ho fame”.
Ma più il tempo passava più i suoni aumentavano a dismisura. Per indicare qualsiasi cosa.
Un bel garbuglio di suoni inutili si unirono a quelli utili.


Un suono per ogni più piccolo oggetto, percezione, fatto, idea, pensiero, emozione, sensazione.
Ecco, le sensazioni. Erano quelle che avevano a che fare coi sensi. Inizialmente, ad esempio, se una spina si infilava in un dito, veniva istintivo gridare. Emettere un solo suono acuto e lungo (“AAAAAAAAA!”).
Poi quel grido divenne due vocali (Aiiiiiiiiiiii!). Successivamente, vocali più articolate (AIA!!!!). E chissà perché a quei suoni seguì un intero pensiero (se solo non mi fossi avvicinato a questa maledetta rosa per sentirne il profumo!).


Articolare i pensieri con dei suoni, detti ormai parole, produceva effetti secondari sull’umore stesso delle persone che articolavano quegli stessi suoni.
Sì, le parole si attaccavano ai pensieri che, poi, procedevano in parallelo con la realtà elargendo sensazioni vere. Insomma, anche se molti di loro non erano veri in quel momento, chi parlava se li sentiva addosso come se lo fossero.
Col passare del tempo, così, la mente, ossia l’addetta all’articolazione di pensieri e parole, divenne sempre più potente. Tanto che sostituì quasi del tutto il sentire fatto di esperienza vera col pensiero fatto di suoni muti. E, per coerenza, iniziò a sostituire col condizionale ogni verbo che prima era indicativo, cioè che indicava proprio la realtà vera.
Così, la vita divenne potenziale e condizionale.
E le condizioni iniziarono a condizionare il comportamento umano con cose inesistenti ma sicuramente (cioè con mente sicura di sé) potenzialmente vere. Oltre a schematizzare ogni atteggiamento per evitare di provocare tutti i “se” ipotizzabili.
Ma quanto facevano soffrire tutti quei “se”, sapete.
Avrebbe potuto davvero succedere di tutto se si fossero avverati. Conveniva evitarli in anticipo, pre-occupandosi di gestirli prima ancora che si verificassero.
Questo atteggiamento comune, a lungo andare generò una specie di ansia perenne e una strana percezione del tempo.
Il futuro pareva avesse molta più importanza del presente, che iniziò a sparire nel passato molto velocemente. Sì, con una mente talmente veloce da vietare al corpo di accorgersene sentendolo sulla propria pelle.


La conseguenza più ovvia di un simile vivere, in effetti, era proprio la perdita del sentire immediato.
Si perdeva l’olfatto mentre si passava davanti a un fiore, si perdeva l’abitudine di toccare gli oggetti, tanto da non sapere più se la loro superficie era liscia o ruvida, si perdeva la capacità di notare i particolari, con gli occhi sempre dritti al poi, si perdeva la capacità di gustare la semplicità o la complessità di un piatto, pensando che un giorno lo si sarebbe assaggiato o cucinato personalmente.
Nessuno si rendeva conto che il presente era subito passato e mai futuro in una strana corsa verso il poi.


Il futuro, ad ogni modo, era quello su cui puntare ogni sforzo. Ogni azione. La mente ne impacchettava una proiezione come per i film e dirigeva l’azione.
Qualcuno cominciò a mettere da parte un bel vestito per un’occasione che sarebbe arrivata. Un buon vino per brindare quando si sarebbe verificato un certo fatto. Dei begli oggetti da mettere nella casa che un giorno avrebbe acquistato.
Parallelamente prese sempre più importanza quella cosa che si definiva “i propri sogni”. Che qualcuno chiudeva addirittura in un cassetto per non perderli di vista.
I sogni erano le proiezioni mentali per eccellenza. Alimentavano le speranze. Spostando sempre l’azione presente in vista di un qualcosa di strabiliante nel futuro. Chi non aveva un sogno era additato o addirittura rimproverato.
Ma i sogni si fanno dormendo, oggi lo sappiamo.


Eppure tutto continuò allo stesso modo per tanto tanto tempo.
Finché qualcuno, all’alba di un giorno qualsiasi, mentre faceva una lista mentale di cose da fare nel prossimo e più lontano futuro, si scosse.
Nel dormiveglia, un po’ frastornato e stropicciato, in mezzo a sogni mai realizzati ma magnifici la notte, esclamò:
ma che giorno è oggi?!


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