Immigrazione: chi arriva in Italia (o se ne va) rischia anche la “Sindrome di Ulisse”

Dalla metà degli anni Settanta l’Italia è progressivamente diventata un Paese d’immigrazione. Dopo oltre un quarantennio, alla fine del 2013, gli stranieri residenti nel Paese sono ufficialmente 4.922.085 su una popolazione complessiva di 60.782.668 (dati IDOS). E il trend non sembra arrestarsi. Al di là delle retoriche mediatiche, l’immigrazione sembra essere diventata una parte costituente della nostra società, con tutte le difficoltà e le possibilità che questo comporta. Anche nei suoi risvolti più intimi e personali, come la possibilità di innamorarsi, e magari sposarsi o convivere, con un partner di un’altra cultura. Ne abbiamo parlato con la psicologa transculturale Leticia Marìn, messicana, che da anni si occupa a Roma, di orientamento e sostegno psicologico per migranti e coppie miste presso la sede dell’associazione SAL (Solidarietà con l’America Latina).

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Una domanda a bruciapelo: il nostro è un Paese ancora troppo diffidente?

“L’Italia non è così diffidente come si crede. È proprio l’integrazione in sé, invece, a rappresentare la difficoltà principale, una difficoltà che non riguarda solo il migrante ma anche la società che accoglie. L’essere umano per natura prova paura, anche forte, nei confronti delle diversità, di ciò che non conosce, paura ad aprirsi, a condividere: tutti abbiamo diritto ad avere paura, ma se non si riescono a creare spazi per conoscersi questa paura non può sciogliersi e l’integrazione si blocca sul nascere. Come detto però la diffidenza è naturale, ma lo è da entrambe le parti: lo stesso migrante vede l’italiano solo come il capo, come chi lo sfrutta, al meglio come datore di lavoro. I migranti per primi non hanno fiducia nelle persone che trovano, né delle persone nuove che arrivano dopo di lui, a volte verso gli stessi connazionali. Per questo lo Stato italiano dovrebbe informare. La diffidenza è come una malattia da prevenire: invece media e istituzioni informano poco, e spesso in modo erroneo. Noi che lavoriamo direttamente con la gente abbiamo allora il compito di aiutare, creando spazi di integrazione. Ci occupiamo di orientamento e di sostegno psicologico, creiamo gruppi di auto-mutuo-aiuto, del tipo alcolisti anonimi, con un ‘pizzico’ di psicologia: gruppi di migranti, coppie miste, figli di coppie miste che imparano a parlare dei propri sentimenti e ad aiutarsi a vicenda. Il gruppo diventa come una palestra, che può aiutare attivamente, allenando ad affrontare la vita in Italia, per far vivere all’italiana”.

Quali sono le problematiche più importanti che riscontra invece nei migranti, da un punto di vista personale?

“Ciò che definiamo l’elaborazione del processo migratorio. I migranti vengono in Italia già con un progetto ricco di aspettative: ‘Un giorno andrò in Europa, in Italia’, si dicono. Il progetto migratorio comincia quando si è piccoli. Il primo impatto con un Paese straniero è sempre una ‘luna di miele’: è tutto bello, soprattutto per i migranti sudamericani che non hanno dovuto attraversare il deserto come succede, ad esempio, per gli africani. I sudamericani vengono in aereo, ed hanno una prospettiva diversa da quelli che attraversano il cosiddetto ‘viaggio della morte’ (in treno verso gli Stati Uniti). Il viaggio in Europa non è tanto traumatico. Tuttavia dopo questa prima fase di luna di miele, c’è uno shock. Un’emergenza che modifica il proprio progetto migratorio. Questo crea una serie di perdite, di delusioni, di emozioni negative (impotenza, rabbia, depressione) che si devono, necessariamente, affrontare. Lo stress che perseguita il migrante non è uno stress qualsiasi, non è lo stesso di un italiano che perde il posto di lavoro, per esempio. Lo stress del migrante è diverso perché ha questa connotazione del viaggio, di non sapere dove rimanere. C’è gente che dice: io sono qui fisicamente ma il mio cuore sta là. Oppure: io sono qui ma non sono nessuno, non ho una precisa identità. Sono peruviana ma provo a vivere all’italiana. Sono ecuadoriano ma vivo all’italiana. Sarebbe bello, sarebbe importante sapersi spostare tra le due culture e non rimanere nel mezzo. Succede però di rimanere “immobili” alla ricerca della propria identità. Ne conseguono alti livelli di stress che sono paragonabili al disturbo post traumatico. Un collega barcellonese Joseba Achotegui (ndr), con cui collaboro personalmente, è stato il primo a definire questo stress ‘sindrome di Ulisse’. La sindrome di Ulisse, clinicamente, riconosce sette lutti che il migrante deve poter elaborare durante il proprio processo d’integrazione (la perdita della lingua, della cultura, della patria, dello status socio-economico, della famiglia, di amici e coetanei, della propria integrità fisica). Il nostro compito è di aiutare a gestire questo stress favorendo l’elaborazione delle perdite”.

Nel nostro Paese ci sono sempre più migranti, ma ci sono anche rientri in patria?

“Sì è vero, il trend è sempre in crescita. Però attraverso il mio lavoro osservo una cosa che ancora i media italiani non dicono: molti migranti cominciano a ritornare indietro. Tornano nel proprio Paese di origine, specie quelli che hanno un livello accademico più alto e che qui in Italia non sono riusciti a trovare una sistemazione ad hoc. Penso ad esempio a una bravissima fotografa che ricordo aveva fatto esposizioni importanti a Milano e a Roma, e che poi, non trovando sbocchi lavorativi, avrebbe dovuto ripiegare a fare la badante. La fase di ritorno rappresenta comunque un altro shock personale, perché dopo essere stati in Italia, i migranti devono adattarsi nuovamente alla propria terra di origine. Quella terra che ritrovano cambiata, perché loro stessi sono cambiati. Ed è una confusione d’identità”.

A proposito di confusione d’identità, ci sono anche sempre più coppie miste, oltre 20 mila nel 2013. Quali sono i vantaggi e le difficoltà maggiori che possono esserci nell’incontro fra due culture?

“Anche le coppie miste ormai si domandando ‘Dove ci conviene di più andare?’, quando prima era quasi scontato si rimanesse in Italia. Nella maggior parte dei casi poi, parliamo di un uomo italiano che sposa una straniera. Vantaggi o difficoltà a parte, le coppie miste sarebbero il massimo esempio d’integrazione: due culture che si accettano e che si amano. E che addirittura formano una famiglia! ‘Sarebbero’ però, perché non tutti i partner sono sicuri del progetto che stanno intraprendendo. Da entrambe le parti ci sono incertezze e forse poca preparazione. Più dagli italiani, a dire il vero. Perché gli italiani conoscono relativamente la propria partner e non hanno forse mai conosciuto la sua terra di origine, se non per vacanza. Inoltre gli italiani non vivono o non hanno mai vissuto là. Sarebbe utile, anche se oggettivamente difficile, che per un periodo la coppia vivesse in Italia e per un periodo nel Paese di origine del partner, cosicché entrambi i membri della coppia possano sposare la cultura dell’altro fino in fondo. Un’altra cosa, un altro errore frequente che riscontro è di colpevolizzare, rinfacciare la cultura dell’altro durante litigi, incomprensioni, attriti e divergenze. Le culture, io credo, non dovrebbero dividerci, ma farci diventare più ricchi. La coppia che sa gestire e approfittare della differenza ne esce però arricchita, più forte. Se la coppia mista riesce a cogliere la grande opportunità dell’integrazione possono essere testimoni di un multiculturalismo possibile. Sulla coppia mista occorre investire”.

Parlare di famiglia significa anche parlare di seconde generazioni…

(Ride) “Un altro problema assai complesso e preoccupante. Le seconde generazioni sono figlie di una decisione non propria. Questi individui non hanno infatti deciso di nascere qui, né di migrare qui. Loro spesso non hanno neppure una vera e propria base al di là dei genitori: le nonne, gli zii, tutta la famiglia di origine è infatti rimasta nel Paese di origine. Spesso hanno una mamma assente perché lavora sempre. E forse non hanno neppure il papà! Consideriamo poi che lo Stato italiano fino all’età di 18 anni non riconosce come italiani anche i figli di migranti nati qui in Italia. Tutto questo crea un grave danno, perché psicologicamente l’identità di questi individui risulta doppiamente danneggiata”.

Valerio Carbone

Valerio Carbone

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