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Home Buenvivir

Il muro della Manica per fermare i migranti: il diritto alla felicità non è per tutti?

di Patrizia Caiffa
8 Settembre 2016
in Buenvivir, Primo Piano
Tempo di Lettura: 3 mins read
38 3
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Londra vuole costruire il muro della Manica a Calais, in Francia, per fermare i migranti: costerà 2,7 miliardi di euro e sarà alto 4 metri e lungo 1 km.

Servirà per impedire che le migliaia di disperati fuggiti da conflitti, povertà e persecuzioni accampati nella cosiddetta “giungla” di Calais (di cui almeno 400 minori non accompagnati), cerchino di raggiungere la Gran Bretagna salendo a bordo di camion e tir con gli espedienti più rischiosi.

Almeno 11 persone sono morte negli ultimi mesi nel tentativo di arrivare nella terra promessa al di là del mare; oltre 27mila migranti sono stati arrestati negli ultimi tre anni per essere entrati illegalmente nel Regno Unito.

Sia i leader degli autotrasportatori, sia delle organizzazioni umanitarie che assistono i migranti della “giungla”, dove vivono ammassati in tende, in condizioni precarie e disumane, ritengono il progetto inutile e dannoso: chi ha passato deserti e mari sopravvivendo all’indicibile non si fermerà certo di fronte ad un altro muro. Troveranno altri modi per passare, assumendosi più rischi e rimpinguando ancora di più le tasche dei trafficanti, che alzeranno i prezzi.

Appena due anni fa l’Europa e il mondo celebravano, ipocritamente, i 25 anni della caduta del Muro di Berlino e della cortina di ferro (9 novembre 1989).

Mentre tanti muri sono ancora alti e senza immaginare (forse) che altrettanti sarebbero stati costruiti.

Il muro tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, che dal 1953 segna la demarcazione tra due mondi, oltre che tra due Paesi.

Il noto muro tra Israele e Palestina che divide arabi e israeliani, e da qualche anno il governo israeliano ha costruito anche un muro tra Egitto ed Israele, nel deserto del Sinai.

“Il muro della vergogna” tra Usa e Messico, per impedire l’ingresso di tutti i migranti dal Centro America.

I muri meno conosciuti: tra India e Bangladesh lungo 4000 km o quello di 2700 km nel deserto del Sahara, nel territorio conteso tra Marocco, Algeria e Mauritania.

O i tanti piccoli muri come quelli che in Brasile separano i quartieri ricchi dalle favelas, per difendersi dalla criminalità.

L’Europa dovrebbe coprirsi il capo di cenere dalla vergogna e non più riempirsi la bocca di dichiarazioni vuote e intenti non realizzati, come quello della distribuzione dei profughi dall’Italia alla Grecia nei vari Paesi.

Dopo quello di Ceuta e Melilla, in Marocco e quello tra Grecia e Turchia, i Paesi più a nord si sono dati molto da fare in questi ultimi anni, con recinzioni e controlli sempre maggiori alle varie frontiere tra Italia e Austria, Grecia e Macedonia, Ungheria…

Ciò che è evidente, al di là dell’incapacità e mancanza di volontà politica per trovare realmente una soluzione ad un fenomeno inarrestabile, è la pesante simbologia del messaggio che si vuole dare: di una separazione tra popoli, tra ricchi e poveri, tra primo mondo e terzo mondo, tra chi cerca di migrare per salvarsi dal bisogno e chi si illude di stare al riparo dalla Storia chiuso nelle sue finte sicurezze.

Ma i muri si possono oltrepassare con creatività anche volando, per chi ha la tenacia e il coraggio di credere in un sogno. Anche solo quello di una vita migliore e dignitosa.

Perché il diritto alla felicità è universale e non conosce confini. E noi non smetteremo di crederci.

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Patrizia Caiffa

Patrizia Caiffa

Founder e Direttrice responsabile di B-hop magazine. Giornalista professionista, lavoro dal '98 all'agenzia Sir dove mi occupo di temi sociali e umanitari, migrazioni, esteri. Laureata in Lingue e letterature straniere moderne, ho scritto romanzi, testi teatrali e saggi e viaggiato (tanto) nel Sud del mondo. Instancabilmente curiosa di nuove avventure, dentro e fuori di me, ho voluto B-Hop per portare bellezza, fiducia e consapevolezza nel mondo dell'informazione e nella società.

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