Svendere beni e servizi pubblici alle multinazionali americane e in cambio permettere a quelle europee di accaparrarsi i loro. È questo, in due parole, lo scopo del TTIP, acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership. Si tratta di un accordo sul commercio e gli investimenti che Commissione europea e governo degli Stati Uniti stanno negoziando in segreto dall’estate 2013, con l’intento di creare la più grande area di libero scambio del mondo, un canale commerciale che varrebbe il 40% del PIL globale. Tutta la disapprovazione per il modello di sviluppo imposto da un accordo come il TTIP confluirà domani, sabato 18 aprile, in una Giornata globale contro i trattati di libero scambio. Solo in Italia la Campagna Stop TTIP ha organizzato una trentina di eventi su tutto il territorio, coinvolto 200 realtà fra movimenti e associazioni e partecipa alla petizione europea (1,7 milioni le firme raccolte) per chiedere l’immediato arresto dei negoziati.


Come avverrebbe questo cambio di modello culturale che si sta profilando all’orizzonte? In primo luogo tramite un’armonizzazione dei regolamenti in vigore nei due blocchi, un livellamento che, per snellire i commerci e facilitare le importazioni, deve giocoforza comportare delle rinunce. Per l’Europa, queste comprenderebbero l’abbandono del principio di precauzione, sancito dal Trattato di Lisbona, firmato nel 2007. In base a quel principio, il nostro continente impedisce la vendita di qualsiasi prodotto di cui non sia stata preventivamente accertata la sicurezza. Questo comporta per le aziende una spesa maggiore per i controlli, che negli Stati Uniti non esiste: ogni sostanza chimica, prodotto cosmetico o agricolo viene commercializzato senza troppi accertamenti. Sta al consumatore, se si ammala, dimostrare che il produttore ha messo sul mercato un veleno. Un sistema del genere, dove l’onere della prova è scaricato sull’utente finale, consente un bel vantaggio alle imprese: quello stesso vantaggio vorrebbero averlo anche nell’Unione europea.


Il rischio che un abbattimento delle tutele porterebbe un degrado della qualità della vita, un impoverimento della popolazione e una maggiore disuguaglianza, è concreto. Senza contare che i governi nazionali sarebbero del tutto inermi di fronte all’operato delle rispettive imprese. Immaginate che una compagnia energetica intenda costruire una centrale a carbone sul nostro fiume Po, e voglia scaricarvi dentro le acque contaminate che utilizza. Se l’amministrazione volesse impedirglielo potrebbe chiudere l’impianto. Il problema è che rischierebbe una causa miliardaria, perché il TTIP prevede un meccanismo di tutela dell’investitore che lo legittima a denunciare lo Stato quando quest’ultimo adotta provvedimenti che ne intaccano il profitto. Non solo: la compagnia potrebbe trascinare il governo non già davanti ai magistrati italiani, ma presso una corte di arbitrato internazionale, composta da avvocati privati legati a doppio filo con le imprese. Per non perdere miliardi di euro, lo Stato sarebbe costretto a ritirare il sequestro, e il gestore della centrale potrebbe tornare ad inquinare il Po. Non è un’ipotesi, perché questa esatta vicenda è accaduta in Germania, dove il governo ha stipulato con la Svezia un accordo simile al TTIP. È accaduto in Uruguay e Australia, dove la Philip Morris ha citato in giudizio i governi perché obbligavano le multinazionali del tabacco a vendere le sigarette in pacchetti tutti uguali. È accaduto in oltre cento Paesi del pianeta che firmavano accordi commerciali con questa clausola di tutela dell’investitore.


La battaglia è ancora lunga e l’esito incerto, ma il 18 aprile sarà l’occasione per ricostruire una rete globale che fa della solidarietà e del rispetto del vivente la sua stella polare.





















