di Agnese Malatesta – Anche l’attività sportiva ha il suo peso politico, da non trascurare. Soprattutto in contesti di povertà materiale e di abuso dei diritti umani.
E’ quanto sottolinea una giovane volontaria, Clara Punzi, che ha partecipato alcuni mesi fa ad un campo di volontariato nel campo profughi di Shatila, a Beirut, nell’ambito del progetto chiamato “Basket Beats Board” al quale collabora da anni il Servizio Civile Internazionale (SCI) – Italia.
Lo scorso maggio, il progetto ha permesso alle ragazze del Real Palestine Youth F.C. di partire dal campo profughi di Shatila per affrontare un viaggio speciale, durante il quale hanno giocato con squadre di basket popolare romane come l’Atletico San Lorenzo, gli All Reds e le Les Bulles Fatales.
Al centro di “Baskets Beats Boards” c’è l’idea che lo sport, e in particolare il basket, possa essere uno straordinario veicolo di emancipazione personale, di educazione a uno stile di vita sano e positivo, ma anche un ponte per favorire il dialogo e l’incontro tra persone provenienti da culture e contesti completamente diversi.
“Tra le tante esperienze e lezioni riportate da Shatila – dice Clara, secondo quanto fa sapere SCI – una mi colpisce particolarmente: la consapevolezza che anni di conflitto privano le persone non solo delle risorse materiali ma, soprattutto, dei loro diritti fondamentali e della dignità.
“Questo campo di volontariato mi ha aperto gli occhi sul fatto che Shatila, soprattutto la sua comunità palestinese, è una testimonianza dello spirito indomito di chi rifiuta di essere cancellato. È un luogo dove la speranza esiste nonostante sfide inimmaginabili, dove anche i più piccoli atti di resistenza, come imparare una nuova lingua o praticare sport, assumono un peso politico profondo”.


Clara racconta che il clima in cui ha svolto il suo servizio era di “entusiasmo palpabile, soprattutto all’interno della comunità palestinese.
La palestra coperta del Shatila Community Sport Center, che avevamo contribuito a ristrutturare insieme ai lavoratori del campo, era pronta ad accogliere nuovi corsi di basket e pugilato. Un nuovo centro medico stava per aprire proprio di fronte alla palestra, offrendo visite mediche gratuite alle famiglie di Shatila. I più giovani progettavano nuovi percorsi accademici e il futuro delle loro famiglie, intrecciati con l’aspirazione di costruire una vita dignitosa, possibilmente lontano dal campo.
“Tuttavia, pochi giorni dopo la mia partenza e quasi tragicamente in coincidenza con l’anniversario del massacro di Sabra e Shatila del 1982, questi fili di vita quotidiana sono stati spezzati dall’invasione israeliana del Libano, segnata da bombardamenti incessanti nei sobborghi di Beirut che circondano Shatila. Ancora una volta, le vite dei palestinesi, siriani e libanesi a Shatila sono state messe alla prova in modo insopportabile e ingiustificato”.
Oltre alle attività sportive, il lavoro dei volontari si è occupato anche di programmi di arte. Ad esempio, durante una lezione di disegno, è stata realizzata un’immagine di Handala (la figura-simbolo di identità e resistenza palestinese) che cammina accanto a una squadra di basket femminile.
Quest’immagine ha incarnato lo spirito della missione: utilizzare lo sport e la creatività come strumenti di crescita personale e sociale, autodeterminazione, libertà, giustizia ed eguaglianza.


Quindi, oltre all’allenamento fisico, il progetto promuove valori come il lavoro di squadra e offre l’opportunità di uscire dal campo per allenarsi e competere con altre squadre locali.
Negli ultimi anni, alcune ragazze hanno avuto anche la possibilità di viaggiare all’estero e incontrare squadre internazionali. Al Shatila Community Sport Center è stato organizzato anche uno scambio linguistico italiano-arabo-inglese, che però si è presto concentrato sull’italiano.
“Sin dal mio arrivo – continua la volontaria italiana – è stato chiaro che l’approccio più prezioso fosse immergermi nella vita del campo, cogliendone le sfumature attraverso le voci e le scene circostanti, lasciando che le persone del posto mi introducessero nella loro comunità. Gli abitanti, di ogni età, mi hanno accolto a braccia aperte, desiderosi di condividere le loro storie, presentarmi le loro famiglie e scambiare culture.
“La loro calorosa ospitalità ha creato un senso di connessione e protezione, facendomi sentire abbracciata dalla loro comunità. Fin dal primo giorno, l’entusiasmo dei bambini era tangibile mentre si radunavano per disegnare e giocare con noi, a prescindere dalle nostre diverse origini e lingue. Nonostante le evidenti differenze nelle nostre circostanze, la nostra comune umanità ci univa”.
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