di Stefano Macera – Tra le Grandi Terme di Roma antica, quelle inaugurate nel 216 d.C. dall’imperatore Caracalla sono le meglio conservate. A momenti vi si coglie l’atmosfera tipica di questi impianti, frequentati da persone di tutti i ceti sociali. La prima avvisaglia di un’esperienza conoscitiva unica si ha già a una certa distanza. Collocate su una terrazza artificiale, realizzata scavando il colle del Piccolo Aventino, le imponenti vestigia del complesso s’individuano anche da centinaia di metri.
Man mano che ci si approssima, però, l’attenzione viene catturata da locali situati più in basso, disposti in fila orizzontale e dall’aspetto vagamente rupestre.
Si tratta di tabernae (botteghe) annesse al muro perimetrale, a testimoniare quel carattere polifunzionale del complesso che, una volta superata la biglietteria, troverà non poche conferme. Soprattutto se, invece di entrare subito nell’edificio centrale, si farà un giro del recinto. Volto a racchiudere una superficie di 337 metri per 328, questo non fu completato da Caracalla ma dai successori Elagabalo e Alessandro Severo. In sua prossimità sono disposti pannelli esplicativi di notevole interesse, come quello relativo alle tecniche costruttive.


In fondo, in asse con la biglietteria, si rimane colpiti da una scala ricoperta di muschio. Essa va interpretata come accesso per chi veniva dal Piccolo Aventino (oggi occupato dal Rione San Saba). Al suo fianco, sulla sinistra, v’è un ambiente facilmente identificabile come biblioteca: le nicchie che vi si aprono contenevano infatti armadi per libri. Proseguendo sullo stesso lato s’incontra un fronte assai suggestivo, segnato com’è dalla presenza di serbatoi. Del resto, il consumo d’acqua del complesso era impressionante. Per sostenerlo,
Caracalla aveva creato un apposito acquedotto: l’Aqua Antoniniana, diramazione dell’Aqua Marcia.
Purtroppo è andata perduta l’altra biblioteca, posta in simmetria con quella poc’anzi citata. Dunque, è il caso di concentrarsi sull’area a giardino che separa il muro perimetrale dall’edificio termale propriamente detto. In antico tale spazio (detto xystus) aveva un carattere diverso, presentando ad esempio dei pergolati. Quel che vediamo, però, basta a rammentarci che
il sito era concepito anche come luogo di conversazione e passeggio.
In più, attraversando il giardino odierno ben si avverte l’arditezza progettuale del fabbricato balneare. Si pensi al calidarium, che peraltro possiamo ammirare solo esternamente. Di forma circolare, ancor oggi impressiona per i suoi alti pilastri, volti a sostenere una cupola non più esistente ma dal diametro rimarchevole: 36 metri, solo 7 in meno rispetto a quella del Pantheon!
Ma risulta suggestiva anche la grande stanza, quadrangolare e con tre lati curvi, posta in prossimità dell’accesso all’edificio termale. In ragione delle canne fumarie rilevate nelle pareti, tale ambiente viene indicato come laconicum, ovvero in quanto corrispettivo dell’attuale sauna.


Una volta entrati nello stabilimento, ci si ritrova subito in un grande cortile, contornato su tre lati da un portico che un tempo era colonnato. Si tratta della palestra occidentale, che conserva ancora una parte del suo pavimento a mosaico, distinto da motivi geometrici policromi. Peraltro grandi frammenti musivi, però in bianco e nero e raffiguranti creature marine, sono appoggiati pure sulle pareti.
Da dove vengono? In origine costituivano il pavimento d’un livello superiore, sfortunatamente crollato. Parliamo di terrazze disposte sopra il portico che, pensate un po’, venivano raggiunte anche per prendere il sole.
Quante abitudini ci ha lasciato in eredità quel tempo lontano!
Questa palestra, e quella simmetrica a oriente, si collocano lungo l’asse longitudinale dell’edificio centrale. In quello maggiore si susseguono le strutture destinate ai bagni (calidarium, tepidarium e frigidarium) e la piscina natatoria.
All’incrocio tra i due assi troviamo un ampio salone, dal carattere monumentale e dalla forma oblunga. E’ facile intuirne la funzione di smistamento dei fruitori delle Terme, meno immediato risulta immaginarne la copertura, purtroppo crollata. Costituita da tre volte a crociera, essa contribuiva a fare dell’ambiente un vertice dell’arte del costruire.
Tale da ispirare non solo edifici della tarda età imperiale, a partire dalla Basilica di Massenzio, ma anche costruzioni più vicine a noi, come la Union Station di Chicago e la Pennsylvania Station di New York. Ma non va dimenticato che la struttura aveva pure funzioni balneari: lo attestano le grandi vasche che ancor si notano sui suoi lati maggiori.
Di norma la si identifica come frigidarium, tuttavia v’è l’ipotesi che fosse riservata ai bagni freddi solo nel lato confinante con la piscina.
Laddove sul versante opposto, attiguo a quel tepidarium che possiamo solo intravedere, le vasche venivano forse alimentate sia dall’acqua fredda che da quella calda. Fondata o meno che sia tale supposizione, il visitatore non può che rimanere impressionato dall’insieme. Tanto più dopo aver letto che, da qui, provengono capisaldi della statuaria classica come l’Ercole Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e l’Ercole Latino della Reggia di Caserta.
Subito dopo s’incontra la Palestra orientale. Sostanzialmente simile a quella occidentale, anch’essa presenta mosaici addossati alle pareti.
In fondo a destra, però, in alcuni vani sono esposte pitture provenienti da una costruzione antecedente alle Terme: la Domus di Vigna Guidi.
Un edificio di età tardo-adrianea che venne parzialmente distrutto, nonché interrato, proprio per far posto al complesso qui in esame.
Riscoperta nel XIX secolo, a poche decine di metri da qui, la Domus ha rivelato cospicui tesori d’arte figurativa. Tra questi, un bellissimo Dioniso su sfondo rosso. Per non dire delle pitture del suo larario (santuario domestico), appartenenti a periodi diversi. In quelle più tarde divinità greco-romane ed egizie coesistono, a ribadire il sincretismo tipico dell’età imperiale.


Ma torniamo a quel che ci riservano le Terme. L’apodyterium (spogliatoio) orientale si compone d’un ambiente centrale, comunicante con quattro stanze laterali. In queste ultime non dovrebbero sfuggire le pendenze del pavimento, volte a favorire il drenaggio delle acque usate per pulire il corpo. Interessante in sé, anche in virtù di pregevoli mosaici pavimentali, tale struttura consente pure di gettare uno sguardo a quella natatio che, al momento, risulta chiusa per lavori.


Parliamo d’un vasto spazio senza copertura, creato per ospitare una piscina ampia ma poco profonda. Da questa postazione, è bene indirizzare lo sguardo sul lato lungo che dà verso Via delle Terme di Caracalla. Qui vi sono 18 nicchie, disposte su due ordini e alternativamente rettangolari e semicircolari. Da quelle in basso partivano getti d’acqua che alimentavano la piscina, mentre quelle del registro superiore dovevano contenere statue.
E’ bene sapere che, nel realizzare questa parete, ci si è ispirati alla scaenae frons del teatro romano.
Corrispondente al nostro fondale, questa si presentava come una facciata a due o più piani e, analogamente ad altre invenzioni dell’architettura classica, col tempo è stata adattata a contesti diversi dall’iniziale.


Ora, chi ha capito il meccanismo costruttivo delle terme avrà già pensato di raggiungere l’altro spogliatoio, l’occidentale, così da ammirare la suddetta meraviglia da un’altra angolazione. E’ una buona idea. Senonché, una volta arrivati a destinazione si viene irresistibilmente attratti da altro.
Sulla destra, in un ambiente di passaggio tra la natatio e il cosiddetto frigidarium, si scorge un singolare affresco, raffigurante un angelo che tiene un tondo con la Madonna e il bambino. E’ un’immagine di tenera religiosità popolare, affine a quelle di tante edicole mariane.
Alcune fonti la datano al ‘600, ma potrebbe essere successiva. Di certo appartiene alle fasi in cui le Terme, dismesse già nel VI secolo, furono concesse ai Gesuiti del Collegio Romano. Questi, nei periodi di festa, vi portavano i propri alunni a svagarsi, in qualche modo riallacciandosi alle originarie finalità ricreative del sito.
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