di Kenji Albani – La corrente del fiume trascinava lo knarr, Peluche dal ponte dell’imbarcazione scrutava il paesaggio. Il corso d’acqua scorreva in una valle ricoperta di vegetazione, pochi villaggi di elfi-pescatori si affacciavano sulle sponde di quello che sembrava un enorme serpente bronzeo.
I membri dell’equipaggio fingevano di ignorare Peluche, o meglio lo guardavano con rispetto e ne stavano lontani perché era evidente a tutti che lui aveva qualcosa da nascondere e non perché era un orsacchiotto di peluche, a Peluche era chiaro. Comunque, era un’evidenza tradita dalla realtà, lui era in missione e, anche se era Natale, doveva stare lontano da casa.
«Peluche» si sentì chiamare. «Peluche». Una voce lamentosa.
Peluche alzò gli occhi al cielo e tirandosi dietro il mantello, abbandonò il parapetto e si diresse verso l’alloggio sottocoperta. «Arrivo, arrivo». Una volta lì, vide il suo protetto, ovvero il bambino che il comandante gli aveva imposto di proteggere e scortare dato che era il messaggero del Natale. Un bambino vestito di lucenti spighe di grano, Donald, e le lanterne accese dato che l’unica finestrella era chiusa lo illuminavano con mille riflessi come se fosse un arcobaleno di un solo colore, quello dorato:
«Quand’è che arriviamo al mare?». Neppure lo ringraziò per essersi disturbato a venire.
«Secondo i marinai, entro un’ora saremo sulla foce».
Fece uno sbuffo. «Non vedo l’ora di tornare a casa».
Peluche non osservò che, giunti sul mare, sarebbero serviti molti giorni per arrivare a destinazione. È così superficiale.
Dato che Donald non aveva altro da aggiungere se non dare attenzione al suo cellulare, Peluche lo lasciò solo nella sua minuscola reggia trascurata, stava tornando alla sua postazione da dove stava scrutando le colline boscose che sentì i marinai norvegesi, fra i quali c’erano degli gnomi, lamentarsi:
«Cosa succede, ora?» domandò.
«Dobbiamo spiaggiarci, si è aperto un foro nello scafo» rispose un marinaio.
Peluche rifletté che, quella, sarebbe stata una lunga giornata.
***
Lo knarr si spiaggiò sulla riva che avevano costeggiato fino a quel momento e i marinai scesero a terra per verificare il danno, svuotare dell’acqua la barca e risolvere il problema, solo allora sarebbero ripartiti.
Prima che il bambino richiamasse Peluche per lamentarsi, lui appoggiò le zampe sulla sabbia umida e assisté alla scena in cui gli uomini si impegnavano a trovare una soluzione, fu allora che sentì nell’aria un odore fastidioso, che presto riconobbe: Carbone. Mise mano alla spada, perché l’istinto gli suggeriva che non lo aspettava nulla di buono.
Dei sibili, poi dei fruscii tra la vegetazione, allora dalla boscaglia sbucarono dei draghi enormi del tipo senzafiamma, ciascuno cavalcato da un’ombra che li teneva per le redini come se fossero cavalli. Erano le loro cavalcature.
Peluche fece un passo indietro, i norvegesi avevano realizzato il pericolo e con delle urla rauche risalirono sullo knarr. Soltanto Peluche restò a terra e rimproverò gli uomini:
«Se vi nascondete, chi metterà a posto lo scafo?». Una questione di logica. Senza che nessuno ci pensasse, sarebbero rimasti bloccati in balia dei nuovi venuti, che non dovevano avere buone intenzioni.
Uno dei draghi si impennò formando un angolo retto con il proprio corpo e l’ombra esalò un ordine, si diffuse ancora di più l’odore di carbone, e il rettile scattò contro Peluche.
Peluche aveva già sguainato la spada e, un balzo, schivò l’attacco della creatura solo per ritrovarsi di fronte ad altri due draghi che lo fissarono con occhi malvagi.
Adesso Peluche era pronto a combattere e spiccò un secondo balzo per atterrare sul cranio di un drago. Camminando come se fosse su una passerella andò incontro all’ombra che guidava il mostro e, approfittando che aveva le mani occupate a stringere le briglie, la colpì al torace.
L’ombra non era proprio immateriale, aveva un qualcosa di secco e legnoso, più somigliante a un tronco carbonizzato dopo un incendio, e Peluche capì che, se colpire il cavalcadrago era stato facile, ucciderlo non lo sarebbe stato.
Peluche e i suoi compagni di viaggio si trovavano in una situazione all’apparenza insolubile. All’apparenza, perché doveva esserci un modo per uscirne vivi.
L’ombra si stava riprendendo dalla stoccata e Peluche tornò sui suoi passi adesso che il drago si alzava e, un po’ più in alto dal suolo, Peluche spiccò un salto per poi atterrare sul terreno facendo una capriola. Allora corse al knarr che era poco distante, ma si accorse che le ombre e i draghi avevano già avviluppato la piccola nave e i marinai gridavano per il terrore.
Sciocchi. Peluche li disprezzò, erano stati senza cervello e privi di spina dorsale. Ciononostante, si arrampicò sul knarr e si vide parare davanti un drago, il quale si era piegato per fissarlo negli occhi.
Senza farsi ipnotizzare da quello sguardo, Peluche inferse una stoccata e cavò un occhio al rettile, il colossale drago lanciò un verso stridulo e iniziò a dimenarsi in maniera incontrollata.
Il secondo drago, richiamato dalla reazione del suo simile, si girò a verificare cosa stesse succedendo e, come Peluche si accorse, un marinaio sfuggì alle sue attenzioni. Ma per quanto tempo riusciranno a scappare? Questo knarr è minuscolo, pensò Peluche che, se non sbagliava, c’erano troppi avversari per lui, che combatteva da solo.
Gli venne un’idea.
Ferì l’altro drago e, prima di farsi travolgere dal suo corpo che si agitava per il dolore mentre l’ombra tentava di farlo calmare, ma invano, Peluche corse fino alla poppa dell’imbarcazione, trovò i norvegesi, al culmine del terrore, e capì che non erano guerrieri ma semplici e innocui uomini che non erano capaci di combattere, magari i loro antenati erano stati pirati con l’abitudine di uccidere e depredare, ma loro erano qualcosa di molto meno:
«Gettatevi in acqua, nuotate dall’altra parte» gli intimò.
I marinai tremarono, poi uno a uno obbedirono.
«Perché questa fuga?» giunse il lamento.
Peluche penetrò nell’alloggio del Messaggero di Natale e, prima che lui potesse interloquire, lo sentì continuare:
«Ho sempre pensato fosse patetico che un orsetto come te mi dovesse scortare… e adesso, difendermi».
«Devi abbandonare lo knarr. Sai nuotare?» ribatté Peluche, ignorando la provocazione, non era il momento di indulgere sull’antipatia reciproca. Mise nel fodero la spada.
«Certo».
«E allora nuota». Peluche afferrò una delle lanterne e, assicurandosi che Donald stesse scappando dalla finestrella, diede fuoco al legno dello knarr. Dovette fare attenzione a non prendere fuoco, non solo per il mantello, ma anche perché lui era fatto di tessuto e gommapiuma.
Ora che le ombre avevano invaso il ponte dello knarr e la struttura stava cedendo sotto il peso dei loro destrieri, le fiamme si diffusero e Peluche vide un’ombra prendere fuoco – del resto, era fatta di carbone – poi un’altra e un’altra ancora con i draghi che, non sopportando il calore e le fiamme che li torturavano, fuggirono a loro volta.
Lo knarr, distrutto.
Peluche gettò via la lanterna e con dei balzi saltò in acqua. Iniziò a nuotare, felice che il tessuto che costituiva la sua pelle era impermeabile, sennò sarebbe affondato.
Dietro di lui, la rovina.
***
Corrente impetuosa e incontrollabile, acque profonde, il timore che nel fondale del fiume si nascondesse qualche sorpresa sgradevole, Peluche non visse bene i momenti in cui stava nuotando per salvarsi la vita. Comunque raggiunse la sponda opposta a dove aveva combattuto e vide i marinai e Donald, il quale, seppur bagnato e sporco, si atteggiava sempre a essere un principino:
«Vedo che non sei morto?» lo accolse lui.
Peluche fece una smorfia. «No, non lo sono».
Il Messaggero scosse la testa. «Avrei voluto ti succedesse qualcosa».
Peluche poteva definire quella dichiarazione come l’ennesimo insulto, ma colse che c’era qualcosa di più in quella frase: «Sei stato tu a chiamare le ombre?» sbottò.
Non si dimostrò neppure un po’ imbarazzato. «Sì, sono stato io».
Udendo la confessione, i norvegesi lo guardarono sconcertati. Avevano capito molto bene, non erano del tutto stupidi.
«Ma… perché?». Peluche allargò le braccia.
Donald strinse le spalle. «Mi annoiavo, e poi non volevo averti più intorno. Ho pagato lui per aprire una fenditura nello scafo» indicò uno gnomo che si ingobbì per la vergogna «e poi ho fatto in modo che le ombre ci attaccassero».
«Potevi morire anche tu» osservò Peluche, trovandolo contorto oltre che capriccioso. Ha corso il rischio di farsi del male pur di farlo a me.
«Forse, ma non è successo, ci avresti pensato tu, e poi saresti morto. Mi hai scontentato».
Peluche si ricordò che, nonostante tutto, doveva scortarlo come aveva ordinato il comandante. Sono un soldato, ma se io faccio sacrifici per il Natale, lo stesso Messaggero non si interessa ai pericoli che corro.
Questo lo ferì, ma restava un guerriero: Nonostante la delusione, porterò avanti la missione, ma solo perché è Natale.





















