di Marianna Mandato – Colore magnetico. Emozione e sentimento. Volti che catturano l’attenzione e ci chiedono di fermarci a parlare con loro. È un dialogo interiore che non ha bisogno di parole, pur sentendo la necessità di parlane più che si può. Di condividere quel sentire immediato che ci sovrasta.
È proprio così che si resta davanti ai dipinti di Alessandro Bartoletti, in arte Torpigna.


Pittore romano, spiccatamente originale e poliedrico, ha frequentato un corso di scultura sulla figura umana, ha scritto su diverse riviste di Arte e Design e dal 1996 continua ad esporre in molteplici mostre collettive e personali, a Roma e provincia, oltre che in diversi locali e Gallerie d’Arte.
Lo abbiamo incontrato a Femme, la sua ultima sorprendente mostra personale, al Palazzo Marconi di Frascati, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.


Lo abbiamo intervistato per B-Hop.
Alessandro incontra la pittura già da piccolissimo. È la sua passione, se ne innamora, deve per forza dipingere.
“Ho sempre amato la pittura. È stato un amore a prima vista. Dall’asilo, direi. Quando disegnai un’Anna dai capelli rossi espressionista per mia madre. La copiai da un vinile 45 giri”
ci dice sorridendo, con quel suo carattere dai modi semplici, diretti e schietti.
Ma la vita, come sottolinea lui stesso, allontana spesso da ciò che di noi è l’espressione più immediata, lasciando in sospeso parti fondamentali di noi.
Così, Alessandro si occupa per tanti anni di tutt’altro, specialmente di animali in via d’estinzione col Corpo forestale. Un lavoro che ha comunque molto amato per la sua propensione verso gli animali e la natura.
Ma quelle parti che Alessandro trascura di sé sono così viscerali, così determinanti, che riemergono prepotenti e richiedono urgenti la sua completa attenzione. E come capita per gli amori veri, quelli che non si scordano mai, la pittura torna prepotente nella sua vita.
“La mia passione per la pittura, prescinde completamente dal mio lavoro. È una cosa che riguarda proprio me, al di là di ogni eventuale riconoscimento che si può avere dall’esterno. La mia è certamente una incontinenza espressiva, oltre la quale c’è sicuramente un messaggio”.
L’incontinenza espressiva del pittore corrisponde alla sua continua necessità di dipingere. Lo deve per forza fare. Non può farne a meno. È quel qualcosa che gli urla dentro e deve per forza uscire.
L’occasione di rimettersi in gioco si presenta con la pandemia. C’è più tempo a disposizione e Alessandro riprende in mano i pennelli sempre più spesso. Sperimenta il genere pittorico Fauve.
E ne nascono volti femminili che guardano lo spettatore da angolazioni imprevedibili. Intensi e dalla spiccata personalità. Sono dipinti seducenti.


“La pandemia mi ha dato anche modo di sperimentare, perché tutta la mia pittura si basa fondamentalmente sulla sperimentazione. Ogni volta cerco di avere un approccio diverso sia con la materia sia col colore.
La mia ricerca attuale è sulla femminilità, sull’universo femminile. Io celebro la bellezza della donna. Ma non si tratta soltanto di una bellezza estetica, si tratta anche di una idealizzazione della donna. Le mie donne rappresentano un po’ una forza di reazione. Posseggono tutte una luce negli occhi. Come se con gli occhi riuscissero a portare da qualche altra parte, riuscissero a trasformare le texture che abitano. Sono composte da una parte astratta che dà loro significato”.
Il nostro pittore trae ispirazione da persone reali, da fotografie, da espressioni non verbali, vibrazioni ed energie che catturano la sua attenzione. Poi le stravolge, ci gioca, fa di tutto perché se ne senta in qualche maniera soddisfatto.
“Il figurativo è un pretesto”,
afferma.
“In realtà, quel che mi interessa è l’energia che lo sottende. Ad ogni immagine do identità, il significato lo dà il significante in questo caso, emerge cioè dal gesto, dal tratto grafico, dalla texture che c’è sotto. Cambiando quella, cambia completamente tutto. Dall’emozionalità all’espressione del soggetto”.
Magnifica la scelta dei colori. Non è una scelta razionale ma la risultante di un completo abbandono istintivo alle tonalità.
Anche rispetto ai colori, Alessandro ama infatti sperimentare. Si lascia stupire dagli effetti dei miscugli, dalle reazioni chimiche dei pigmenti.


Quasi tutti i suoi dipinti sono fatti con tecnica mista, pastelli a olio, pigmento puro, acrilico e gesso, o soltanto gesso. La tecnica mista, come lui stesso sottolinea, offre maggiori possibilità di espressione, oltre ad essere in qualche modo più “divertente”.
“Quando i colori sono bagnati sono vivi. Riescono a sedurti, riescono a farti vedere luci che non si vedono più quando saranno asciutti. È come se fossero una magia.
Mi abbandono ai contrasti, alle similitudini. A volte sono monocromo, altre sono contrastati. Ma sono sempre legati all’emotività. Alle emozioni. Legati al mio universo interiore”.
Non abbandona mai l’opera finché non sente di poterla lasciare, di “buttarla nel mondo, in un rapporto che come lui stesso afferma è spesso “conflittuale, fatto di distruzione e creazione” ma “vivo” e “magnetico”.
Voler sperimentare significa accettare il rischio di abbandonare il già fatto. A volte con risultati sorprendenti, altre volte con risultati non desiderati. Non sempre è possibile recuperare una versione precedente dell’opera.


Con l’acrilico, il pittore sta sperimentando la “sciacquatura”. L’opera in fieri si sciacqua quando ancora il colore acrilico non è asciutto. L’acqua ne porterà via una parte in maniera del tutto imprevedibile. Quel che apparirà sarà una sorpresa.
“Ecco, l’imprevedibilità mi dà sempre un impulso alla creatività, perché mi trovo davanti qualcosa che non ho programmato e che mi sorprende. Lasciarsi sorprendere oltre che divertente è stimolante”
afferma appagato Alessandro.
Per lui, la sua arte ha un ruolo importantissimo, “è un modo di restituzione di senso”.
“Spesso succede che la vita ti faccia degli sgambetti, ti viene tolto il senso delle cose. Oppure lo perdi. L’arte mi aiuta per questo, in primis.
E ancora,
“L’arte è anche un modo per veicolare un messaggio alle persone, come quando ti senti una musica o ti vedi un film. Riuscire a restituire qualcosa all’altro, questo per me è già una vittoria dell’arte. In un rapporto che continua tra l’artista e il fruitore”.
“L’arte ha una sua magia intrinseca al di là di me.
Per questo io mi sento un filtro”, sottolinea ancora Alessandro.
Di più, “a me piace farmi attraversare dalle emozioni e dai colori nel momento in cui io gli do una forma. Come se da dentro uscissero fuori. In questo continuum nella vita tra autore e spettatore passando dall’opera.


Anche con gli altri artisti cerca un dialogo e un confronto continui, non condividendo l’atteggiamento di chi invece cerca di fuggirli.
Prima di salutarlo gli chiediamo quale caratteristica imprescindibile debba avere a parer suo l’arte.
“L’arte è ciò che va oltre la bellezza estetica. È un mezzo per aiutare a superare ogni forma di violenza, di disagio o di dolore. Che comunque, esistendo, alimentano e nutrono l’arte stessa”.
E poi aggiunge,
“Deve esserci la poesia sotto. Non tanto la bellezza, quanto la poesia. È in questo modo che l’opera entra nella mia vita”.
E aggiungeremmo, anche nella nostra.


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