di Stefano Macera – Forse non è nel miglior stato di conservazione l’Oratorio del Santissimo Sacramento a Roma, ma merita senz’altro una visita.
Più di altri monumenti, dalla maggiore popolarità,
rivela la sensibilità estetica di un’epoca.
Ovvero di quella prima metà del ‘700 che, a Roma e non solo, vide l’affermarsi d’una versione temperata del barocco.
Tale da far prevalere la grazia sul furore creativo e da chiedere alle arti di coniugare dinamismo delle forme e senso di leggerezza.
La facciata di questo edificio, che si apre sulla piazza Poli, lungo la via del Tritone, sembra rispondere perfettamente a tali esigenze. In essa, certo, appare evidente l’influsso di Francesco Borromini.
Il timpano mistilineo che la conclude ricorda non poco quello dell’Oratorio dei Filippini, geniale opera dell’architetto ticinese.


Questi ispira anche l’alternanza tra superfici concave e convesse, che viene però modulata in termini inediti.
Rientranze e sporgenze sono infatti appena accennate, risolvendosi in un’elegante allusione a un cardine del lessico borrominiano.
Del resto a Domenico Gregorini, l’architetto che realizzò quest’opera negli anni 1726-1729, viene spesso attribuita la volontà di compendiare le innovazioni del suo celebre predecessore.
Ma forse il suo intento era un altro: quello di preservare il più possibile, in un contesto culturale mutato, le conquiste architettoniche del ‘600. Purtroppo, quel che vediamo oggi non corrisponde appieno al suo progetto.
In origine la facciata era stretta tra due piccoli e sobri edifici gemelli, che ne facevano risaltare i valori plastici. Sul finire dell’800, però, il palazzetto di destra venne abbattuto. A causarne il sacrificio fu il prolungamento di Via Del Tritone sino al Largo Chigi, inevitabile in una città che si dotava di nuovi collegamenti.
In ogni caso, tale prospetto continua a indicare un talento non comune.
All’epoca così apprezzato da essere protetto da un potente cardinale: Pietro Ottoboni, il committente di questo Oratorio. Che ne andava a sostituire uno di più modeste dimensioni, collocato nel medesimo luogo e costruito al principio del ‘600.
Il prelato, inoltre, assicurava il suo sostegno anche alla Confraternita che ne era titolare: quella del Santissimo Sacramento, in origine ospitata in un locale della vicina chiesa di Santa Maria in Via. Come altre dalla medesima denominazione essa sorse nel XVI secolo, al fine di ribadire la presenza di Cristo nell’Eucaristia.
Ma a tale battaglia dottrinaria la Confraternita affiancava attività sociali e caritatevoli, acquisendo meriti premiati da una sede prestigiosa e dall’operato di artisti acclamati.
Non a caso l’Ottoboni, oltre a Domenico Gregorini, convocò un pittore di notevole rinomanza: Francesco Trevisani, autore della Sacra Famiglia con Sant’Anna e San Gioacchino che adorna l’altare maggiore.
La grande tela, datata 1729, colpisce per il raffinato e composto sentimentalismo ma non domina l’interno, consistente in un’aula rettangolare con volta a botte e angoli smussati.
Il resto della decorazione pittorica rimanda al XIX secolo, a cominciare dai due personaggi biblici ai lati dell’altare principale: Davide e Aronne, affrescati da Pietro Gagliardi negli anni 1854-1855. Nel decennio successivo un ampio restauro comportò l’esecuzione dei Quattro Evangelisti, dovuti a Luigi Martinori e disposti sulle pareti in appositi riquadri.
Di norma, i critici d’arte si pronunciano negativamente sugli innesti ottocenteschi nelle chiese del centro storico. Soprattutto quelli pittorici, impregnati d’un michelangiolismo approssimativo, non di rado risultano imbarazzanti.
In questo caso, senza individuare capolavori, possiamo almeno riferire d’una certa finezza esecutiva.
Un autentico disagio, semmai, lo suscitano le non poche crepe che segnano i muri, richiamando l’annoso problema della tutela del nostro patrimonio artistico.
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