di Massimo Lavena – Ci sono cinque amici, Artex, Michela, Valentina, Gabriele e Matilde. Sono un gruppo unito, affiatato e hanno un sogno: vivere insieme la loro vita, costruendosi il futuro con l’aiuto della comunità dei familiari e degli amici.
Sono cinque ragazze e ragazzi tra i 21 e i 35 anni, con disabilità che non consentono loro una vita autonoma. L’età aumenta per i cinque del gruppo ma anche per i loro genitori. Ecco allora la necessità di trovare una soluzione che nel futuro possa assicurare loro la giusta indipendenza, la giusta protezione e la speranza di una vita fatta non solo di assistenzialismo, ma di affetti e lavori a loro possibili.
La realtà di una vita nuova parte dall’aver trovato un casale, in provincia di Roma, comodo, ampio, con l’autonomia per tutti e un ampio giardino intorno.


Lucilla e Gianni sono i genitori di Michela, e insieme con gli altri familiari dei ragazzi hanno deciso di realizzare questo sogno per i loro figli: “Da tempo stiamo lavorando per costruire un futuro in cui nostra figlia Michela, che ha un grave ritardo, possa avere la maggior autonomia possibile, insieme ad un piccolo gruppo di amici anche loro con disabilità- dicono a B-Hop Magazine -. La nostra è una richiesta d’aiuto perché si tratta di recuperare una somma importante per i lavori di adeguamento strutturale della casa che abbiamo trovato”.


La casa si trova nel territorio a nord di Roma, nella cittadina di Morlupo. Gianni racconta che “il gruppo sta sperimentando giornate di vita in comune in particolare nei weekend. Per avviare questo progetto e renderlo il più rapidamente possibile stabile, sono necessarie delle spese iniziali di ristrutturazione e altro di almeno 40.000 euro. Quando si tratta di soldi è difficile chiedere, ma l’importante è parlarne, con gli amici, i colleghi, i gruppi di appartenenza, per raccogliere quanto più possibile”.


Lucilla ricorda che
“il gruppo è costituito da ragazze e ragazzi affetti da ritardo cognitivo: persone che hanno quindi una percezione della realtà spesso strettamente limitata alla loro circoscritta esperienza quotidiana.
È però assolutamente evidente che tutti attendono con ansia i periodi che trascorrono insieme: condividono una quotidianità a misura delle loro esigenze, hanno imparato ad aiutarsi reciprocamente, si divertono tanto, hanno la rassicurante e fondamentale presenza degli operatori che accompagnano le giornate”. Sicuramente è difficile, nella complessità dei loro deficit e disabilità, scoprire che possono vivere una vita reale senza lo stigma del “diverso e malato”.
“Dopo Michela – racconta Lucilla – abbiamo consapevolmente avuto altri due figli: per noi è stato sempre fondamentale rispettare la loro individualità e far sì che, per quanto possibile, la disabilità della sorella non fosse un’ombra di angoscia nella loro vita adulta. La mia esperienza di terapista domiciliare con pazienti in età evolutiva mi ha fatto toccare con mano realtà di famiglie in cui tutto ruotava intorno al figlio fragile, con conseguenze tragiche sulla coppia e gli altri figli. Abbiamo perciò sempre immaginato che Michela potesse vivere una realtà con i suoi pari, il più possibile autonoma”.


La scelta di una casa dove permettere a Michela di vivere una vita senza costrizioni e imposizioni, nasce anche dalla consapevolezza del tempo che passa:
“Siamo consapevoli che dopo di noi i fratelli ne saranno responsabili, ma la nostra intenzione è organizzare le cose nel modo migliore possibile. Con il crescere dell’età, con la frequentazione quotidiana di centri diurni, con Gianni abbiamo iniziato a cercare e conoscere esperienze di accoglienza per disabili adulti. Poi abbiamo conosciuto la madre di Matilde, proprietaria di una splendida casa nel nostro territorio, che viveva la nostra stessa situazione. Da lì, gradualmente , è nata l’idea di formare un piccolo gruppo con caratteristiche simili (tranne Matilde, gli altri frequentano gli stessi centri diurni quindi sono amici da tempo ) e il progetto ha preso forma”.























