di Roberta Tito – Viviamo in un’epoca in cui tutto tende a essere normalizzato. Ogni comportamento, ogni scelta, ogni modo di vivere viene ricondotto alla normalità. L’intento è condivisibile: costruire una società più inclusiva, nella quale nessuno si senta escluso o giudicato. Ma questa evoluzione ci pone una domanda: se tutto è normale, che cosa significa ancora la parola “normalità“?
Per molto tempo la normalità non è stata un giudizio di valore, ma un punto di riferimento. Indicare ciò che era più comune non significava sminuire ciò che era diverso. Le eccezioni esistevano, erano riconosciute come tali e continuavano ad avere la stessa dignità delle regole.
Oggi, invece, sembra che ogni distinzione debba scomparire. Ma riconoscere una differenza non significa creare una disuguaglianza. La pari dignità delle persone è un principio irrinunciabile; il significato delle parole è un’altra cosa.
Se ogni eccezione diventa normalità, la normalità perde il suo valore descrittivo.
La storia dimostra che ciò che consideriamo normale cambia davvero quando cambiano le nostre abitudini. Fino a pochi anni fa dialogare con un’intelligenza artificiale apparteneva alla fantascienza; oggi è un gesto quotidiano. Forse non è diventato normale perché qualcuno lo ha deciso, ma perché è entrato nella vita di milioni di persone.
Forse, allora, il problema non è la normalità, ma la paura di usarne il nome.
Perché una società può essere inclusiva senza rinunciare alle parole che descrivono la realtà.
Altrimenti rischiamo un paradosso: chiamare tutto “normale” fino a svuotare la normalità del suo stesso significato.
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