Il giornalismo d’inchiesta, il giornalismo costruttivo e il Solutions journalism, il rapporto di fiducia tra media e pubblico. Sono stati questi i temi al centro della terza giornata de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, il workshop promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania, giunto all’ottava edizione, presso la Scuola Superiore di Catania, a Villa San Saverio
Un tratto comune a tutti gli interventi del 6 maggio è stata la constatazione che prima ancora che prodotto, il giornalismo è servizio alla comunità. Un esercizio di responsabilità verso le comunità, un lavoro che nasce dall’esigenza di comprendere la realtà e restituirla ai cittadini in modo utile, rigoroso e partecipato.
Il confronto ha messo in dialogo giornalismo investigativo, informazione costruttiva e nuove pratiche di racconto dei territori.
Tra i momenti più significativi della giornata, il panel dedicato al Solutions journalism, che propone di raccontare non soltanto i problemi, ma anche le risposte concrete elaborate da persone, associazioni e comunità. Una prospettiva che non intende negare le criticità della realtà contemporanea, ma offrire strumenti per comprenderla in modo più completo.
A sottolinearne il valore è stata la giornalista Sara Catania, presidente del Solutions Journalism Network, in videocollegamento da Los Angeles. “Concentrarsi esclusivamente sui problemi è un retaggio della nostra professione – ha affermato – ma
oggi i dati ci dicono che il 39 % dei lettori evita volontariamente le notizie perché percepite come fonte di ansia. Le notizie negative hanno eroso la fiducia.
Con il Solutions Journalism Network cerchiamo di ribaltare questo paradigma, raccontando storie di persone che non si sono fermate alle difficoltà ma hanno trovato soluzioni a problemi sociali. È lì che si riesce a toccare davvero il cuore dei lettori”.
Un giornalismo che punta dunque a generare consapevolezza e partecipazione, restituendo centralità alle esperienze positive che nascono nei territori. Un approccio condiviso anche da Selena Meli, vicepresidente di Italia che Cambia, progetto nato nel 2012 durante gli anni più duri della crisi economica.
“In quel periodo – ha raccontato – le cronache erano dominate da notizie scoraggianti e dal racconto di tanti giovani costretti a lasciare il Paese. Noi abbiamo scelto di cercare un’altra Italia: quella fatta di imprese, associazioni e realtà che provavano a rimettersi in moto. Col tempo abbiamo compreso quanto fosse importante raccontare non soltanto i luoghi, ma soprattutto le persone che li abitano. Il giornalismo può prendersi cura delle persone, dando spazio a chi cerca di produrre cambiamento”.
Sul valore di una narrazione alternativa capace di generare benessere si è soffermata anche Patrizia Caiffa, fondatrice e direttrice responsabile di B-Hop magazine, esperienza editoriale che dal 2014 propone un’informazione orientata alla bellezza, alla fiducia e alla consapevolezza.
“Sono convinta che un altro giornalismo sia possibile, anche se è impegnativo e controcorrente – ha affermato –. Non siamo abituati a stare nella positività, nella gioia, nella bellezza. È qualcosa che va educato prima dentro di noi e poi negli altri, convinti che la vera rivoluzione parta da sé stessi. Solo in questo modo possiamo cambiare la realtà, perciò la nostra speciale attenzione ai temi della crescita interiore.
Le belle notizie vanno raccontate perché possono diventare fonte di benessere. Importante è ispirare, arricchire, incuriosire, approfondire e trattare con la massima cura le nostre fonti. Solo in questo modo possiamo fare vero giornalismo costruttivo e di comunità”.
L’intervento di Caiffa ha riportato l’attenzione su un nodo centrale del dibattito contemporaneo: il modo in cui il linguaggio dell’informazione incide sulla percezione collettiva della realtà. In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità, dalla polarizzazione e dal clickbait, esperienze come quella di B-Hop magazine provano a costruire una relazione diversa con i lettori, fondata sulla qualità del racconto e sull’ascolto delle comunità reali, anche grazie alle tante iniziative di animazione organizzate sul territorio romano, come gli eventi artistici e solidali, i corsi di giornalismo, i workshop condotti da psicologhe, i laboratori e le didattiche nelle scuole su temi sociali, eccetera.
Spazio anche al giornalismo investigativo, raccontato da Gabriele Cruciata, reporter freelance e Google News Lab Teaching Fellow, e da Simone Olivelli di Irpi Media. Entrambi hanno ribadito l’importanza del metodo e della capacità del giornalismo di interrogare il potere.


“Oggi disponiamo di strumenti molto potenti – ha osservato Cruciata – ma ciò che continua a guidarci è un metodo solido ereditato dal passato. È fondamentale sviluppare adattabilità comunicativa e imparare a padroneggiare linguaggi differenti”.
Per Olivelli, invece, il giornalismo d’inchiesta resta “uno strumento per mettere in dubbio l’esistente” e per introdurre “quel granello di sabbia capace di inceppare i sistemi che non funzionano”.
A chiudere la giornata è stato Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire e responsabile della scuola di giornalismo dell’Università di Torino, che ha richiamato i dati del Digital News Report: in Italia il 36% dei lettori dichiara di non fidarsi delle informazioni che consuma, nonostante il 60% degli italiani continui a informarsi più volte al giorno.


“Il bisogno di informazione non è scomparso – ha sottolineato –. Riavvicinarsi alle comunità significa imparare a percepirsi come parte integrante del pubblico e puntare su ascolto, relazione e prossimità. Solo così l’autoreferenzialità può trasformarsi in autorevolezza”.
Il festival proseguirà martedì 12 maggio a Villa San Saverio con due nuovi appuntamenti dedicati alle trasformazioni digitali e al graphic journalism.
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