Rosa Rodriguez, la pasionaria argentina che insegna il bel canto italiano

(di Patrizia Caiffa) – E’ stata definita “l’archeologa della voce” per il suo approccio originale e controcorrente ma è anche una pasionaria argentina sopravvissuta ad una seria minaccia di morte: Rosa Rodriguez insegna il bel canto italiano e la vocalità recuperando la naturalezza del suono. E’ l’unica in Italia ad utilizzare il metodo del baritono Antonio Cotogni, vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Una intera vita dedicata all’insegnamento (lezioni singole e laboratori), alle canzoni popolari latinoamericane e italiane e al recupero della memoria. Con radici profonde in una passione politica per la quale si è trovata perfino a rischiare la vita nel suo paese di origine, l’Argentina, durante il peronismo.

Rosa Rodriguez è una vera istituzione nell’ambito della didattica del canto e nel quartiere romano di Primavalle, periferia ovest della capitale. Per innata modestia aveva rifiutato l’onore di essere raffigurata in un murale della zona ma gli street artist di “Muracci nostri” hanno voluto dipingerla lo stesso.

Ci accoglie nella ventennale sede dell’Associazione culturale Antonio Cotogni, di cui è presidente, nelle case popolari, tra alberi fruscianti e foglie cadute.

Un corridoio tappezzato di locandine di concerti ed eventi conduce alla sala dove la cantante e didatta accoglie gli studenti. Il pianoforte a coda all’angolo è la presenza più importante, contornata da opere pittoriche alle pareti e ritratti di personalità significative per l’associazione.

I colori e le atmosfere spaziano dall’America Latina all’Europa evocando memoria, arte, cultura e resistenza.

Nell’aria volteggiano nomi come Nicola Stame, il tenore partigiano arrestato al teatro dell’Opera e fucilato alle Fosse Ardeatine, per il quale l’associazione ha reclamato una targa alla memoria; Julius Fučík, il giornalista  e scrittore, antifascista cecoslovacco ucciso dai nazisti; Friedl Dicker-Brandeis, l’artista ebrea che insegnò arte ai bambini rinchiusi nel campo di concentramento ceco di Terezìn e destinati ad Auschwitz, anche lei vittima della Shoah. Su 15.000 bambini solo 100  sono sopravvissuti, ma 4.000 disegni e 66 poesie sono stati recuperati.

L’associazione Cotogni è nata anche per non dimenticare. E non poteva essere altrimenti vista la vita tempestosa e intensa di Rosa Rodriguez: classe ‘41, nata a Salta, in Argentina, intorno agli anni ‘70 era una cantante popolare molto affermata a Buenos Aires.

“Quando canto dico cose che non riuscirei mai a dire con le parole”,

ammette parlando a B-hop, in una chiacchierata tumultuosa come un fiume.

Rosa Rodriguez – ©P.Caiffa

“Ero poco esibizionista finché non sono diventata una cantante politica – racconta -. Riuscivo a salire su un palco solo perché sentivo di voler comunicare un messaggio importante”.

I suoi moniti sono ben conosciuti dagli allievi, centinaia di cantanti e attori anche famosi che ha seguito negli anni:

“Non si canta per se stessi e per la propria gloria personale ma per gli altri, altrimenti si perde intensità”.

Intorno ai 30 anni diventa dirigente dell’allora sindacato dei musicisti argentini. Questo le costa una vera e propria condanna a morte: nel 1974, mentre è al governo  Isabel Martinez de Perón, terza moglie del generale e presidente Juan Domingo Perón, era in azione la famigerata Alleanza anticomunista argentina (conosciuta come la  “Tripla A”), gruppo paramilitare di estrema destra che seminava morte e terrore.

“Facevano massacri e vere e proprie esecuzioni in luoghi pubblici, per spaventarci”.

Alla Tripla A sono attribuiti almeno 1500 crimini. Rosa ha undici amici desaparecidos, persone care come

la sua cara amica Mabel, “la più fragile di tutti ma l’unica che sotto tortura non ha parlato e fatto nomi. Se sono ancora viva è anche per merito suo”.

“Mi mandarono una lettera che mi intimava di andarmene dall’Argentina entro 72 ore. Succedeva a tutti noi impegnati in politica – spiega – Ci facevano il vuoto intorno. Il mio compagno, un poeta, mi lasciò per paura. Poi anche a lui arrivò la lettera. Decisi di non dargliela vinta e non fuggire. Mi rifugiai a casa di amici a 1300 chilometri da Buenos Aires”.

Rosa fu obbligata a cessare la militanza politica ma trascorreva il tempo a studiare estetica marxista. Il periodo dell’attivismo politico e poi della clandestinità fu molto duro.

I traumi e le fobie sono ancora cicatrici nascoste. Una volta venne fermata dalla polizia, rinchiusa in un bagno piccolissimo mentre dalla stanza accanto si sentivano le urla delle persone torturate. “Ancora oggi non riesco a stare in un bagno con la porta chiusa”.

Oppure dimentica sempre le chiavi: “Ci spostavamo di notte, venivano a prenderci i compagni per portarci in luoghi sicuri. Per sicurezza non avevamo mai con noi le chiavi”.

Rosa Rodriguez mentre insegna – ©P.Caiffa

Quando nel ‘76 il generale Jorge Rafael Videla prese il potere con un golpe molti tirarono un sospiro di sollievo, senza sapere che sarebbe andata di male in peggio.

Cominciarono a sparire le persone, a migliaia. Prima i vertici, poi la base. La cerchia si allargava ai familiari e agli amici dei desaparecidos. Venivano fatti sparire per evitare che si sapesse delle carceri clandestine e delle torture.

“Buenos Aires era diventata un cimitero ma tanti si rifiutavano di vedere: dicevano ‘Por algo sera’, qualcosa avranno fatto”.

Rosa è un fiume in piena mentre spiega, ricorda. Ci tiene a sottolineare che lei non è mai fuggita dall’Argentina: “Sono arrivata in Italia nel 1980 con una borsa di studio a Siena per fare ricerca nel campo della vocalità. Ma non pensavo che sarei rimasta”.

La dittatura civico-militare cadde nel 1981 ma lei non chiese mai lo status di rifugiata politica “per non toglierlo a chi ne aveva più bisogno”.

Le offrirono un lavoro a Roma, iniziò ad insegnare canto. Gli anni passavano e tornando a Buenos Aires per fare ricerche sui suoi amici desaparecidos – tra cui Mabel – si rese conto che quella non era più la sua città.

Magda Olivero –  ©Associazione Cotogni

Allieva della grande cantante lirica Magda Olivero, si lanciò alla ricerca delle radici e dei segreti del bel canto italiano. Scoprì il baritono Antonio Cotogni e il suo metodo che unisce il canto popolare e la lirica.

“Prima non esisteva una separazione tra i generi. C’era solo la musica brutta e la musica bella”.

E’ così che oggi Rosa insegna ai suoi allievi: senza ore e ore di vocalizzi estenuanti che rendono la voce artificiale (“non ho mai fatto un vocalizzo in vita mia”), usando anche la tecnica Alexander per aiutarli ad assumere una perfetta postura, ma soprattutto invitandoli a respirare con il naso anziché con la bocca. Un approccio che potrebbe essere considerato “eretico” da chi esce dal conservatorio e dalle scuole tradizionali.

“Vengono attori e cantanti che soffrono di reflusso esofageo o devono operarsi alle corde vocali a causa della respirazione con la bocca – spiega -. Io invece

insegno a recuperare la naturalezza del canto e del suono. Cerco la semplicità: più che aggiungere bisogna togliere e lasciare che la persona si esprima”.

Da vera didatta Rosa Rodriguez trasferisce tutto il suo sconfinato sapere agli allievi ma canta poco, solo in qualche raro evento organizzato dall’associazione Cotogni.

Ho dedicato tutta la mia vita al canto e all’insegnamento ed è stato un bisogno personale – confida -. Tutte le cose che mi sono successe non sono state casuali e non sono mai stata vittima ignara di niente”.

Come le sue posizioni politiche – “sempre pensate e consapevoli” – anche il canto  “è stato una scelta. E continuo a sceglierlo tutti i giorni”.

“Sono contenta perché ho dato un senso a tutto e  mi sono completamente dedicata all’arte. Perché a 78 anni, sai, bisogna far tornare i conti”.

Ci raggiunge la vicepresidente dell’associazione Patrizia Pavoncello, pronta per esercitare la sua intensa voce da mezzosoprano.

E’ l’ora della lezione, il congedo di Rosa è con un abbraccio caldo e sincero come solo i latinoamericani sanno dare. Le parole non servono più. Basta il canto.

Patrizia Pavoncello e Rosa Rodriguez  – ©Associazione Cotogni

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Patrizia Caiffa
Patrizia Caiffa

Patrizia Caiffa

Direttrice responsabile di B-hop magazine. Giornalista professionista, lavoro dal '98 all'agenzia Sir. Scrivo libri e viaggio (tanto) nel Sud del mondo. Curiosa di nuove avventure, dentro e fuori di me, ho voluto B-hop per portare bellezza, fiducia e consapevolezza nel mondo dell'informazione.