25 anni senza Alexander Langer e la sua empatia contagiosa

(di Agnese Malatesta)Quando entrava in classe, non si sentiva. Non sempre ci si accorgeva del suo arrivo tanto era discreto, leggero. La classe intenta a vociare, era incurante del cambio dell’ora e dell’arrivo dell’insegnante. Alex entrava come in punta di piedi, quasi a presentarsi ogni volta per com’era, discreto, sobrio, quasi timido. Apparentemente. Perché il suo sguardo vispo e attento invece, da dietro gli occhiali, parlava del forte interesse per ciò che lo circondava.

Già perché Alexander Langer – Alex per gli amici, i colleghi e gli studenti – aveva un insolito pregio: un’empatia contagiosa, sempre attento alle persone, a chi parlava, a chi l’ascoltava.

credits: Fondazione Alexander Langer

Così era anche con questi studenti del liceo scientifico XXIII di Roma, per due anni scolastici, 1975-1977, ai quali insegnava storia e filosofia ma che – così lo ricordo -, per via della giovane età ed anche per un’inclinazione a considerare i programmi di studio da superare, hanno ‘utilizzato’ poco quel professore, preferendogli l’uomo.

Il 3 luglio ricorre il 25/o anniversario della morte di Alex, uomo di raro intuito politico e di profonda cultura.

Pacifista, ambientalista, giornalista, traduttore e docente. Di formazione cattolico-sociale, fu fra i fondatori dei Verdi Italiani e leader del Movimento Verde Europeo; parlamentare europeo e direttore responsabile del giornale Lotta Continua.

E tanto ancora: comunque attivista dei diritti umani, sostenitore delle libertà individuali. Un anticipatore di temi politici, ancora oggi cruciali:

la difesa dell’ambiente, la convivenza fra etnie.

Lui aveva vissuto sulla sua pelle la difficoltà delle distinzioni culturali fra popoli, come quelle linguistiche; ne era derivata la convinzione della irrinunciabile affermazione della tolleranza e della convivenza pacifica.

Era nato a Vipiteno, amava il Sud Tirolo dove si parlano tre lingue, italiano, tedesco, ladino. Fin da piccolo si confrontò con diverse culture.

“Non vedo alternative alla ‘cultura della convivenza’ – così scriveva -, perché saranno sempre più rare le situazioni ‘pulite’ dove etnia, nazione, stato, ecc. coincidono: e quindi bisognerà decidersi: o si pensa davvero di poter costruire un’Europa con tante patrie-stato mono-etniche o si trovano le soluzioni per una convivenza plurilingue, pluriculturale, senza forzatamente trasformare i positivi elementi di identità e di differenza in altrettanti motivi di ostilità e di incompatibilità”.

Fino all’ultimo giorno della sua vita, è rimasto fedele a questo credo, impegnato per la pace nei paesi della ex-Jugoslavia, in particolare nella Bosnia-Erzegovina.

 

Era un uomo scomodo, Alex. Anche verso se stesso. Riluttante alla burocrazia e alla formalità. Anche nel vestire, sempre con maglioni larghi e sandali ai piedi. Prediligeva la profondità dell’animo.

Ne è esempio la sua vita come docente. Non a caso il suo ispiratore fu don Lorenzo Milani del quale tradusse in tedesco ‘Lettera ad una professoressa”.

La mia vita nella scuola non è facile, costellata di trasferimenti punitivi, di note di qualifica con ‘sufficiente’ e ‘buono’, con frequenti interventi repressivi di presidi e provveditori. Mai – scrive lo stesso Alex – un appunto sulla qualità della mia preparazione o dell’insegnamento, o un richiamo per scorrettezze disciplinari. Mi si rimprovera di ‘fare politica’ e di non rispettare i ruoli prestabiliti. Il rapporto con gli alunni, invece, è gratificante e durevole. A Roma si vive tra collettivi, cortei, assemblee e occupazioni. Ma anche lì un passaggio decisivo nella socializzazione degli alunni si compie a scuola. Credo immodestamente che la maggior parte dei miei studenti con me abbia imparato qualcosa di interessante e di importante, e ne serbi un buon ricordo”.

Era bello sentire parlare Alex, ogni parola cercata e pensata, appropriata al contesto. Era diventato familiare il suo italiano, dalla inflessione tedesca, a tratti con espressioni di dolcezza.

Era un professore anticonformista e anche per questo amato.

Era il 1977, il movimento studentesco e quello operaio erano tornati vitali, c’era un nuovo sessantotto. Al liceo XXIII, motivi per lottare non mancavano: le sezioni andavano dalla A alla Z, c’erano i doppi turni.

L’aria politica dell’epoca favoriva fra i giovani il senso critico verso una società considerata inattuale, alla ricerca di nuovi percorsi, ed Alex in classe era stimolo a pensare e ragionare.

Come quando lesse, seduto fra i banchi, il processo a Galileo Galilei. Noi ad ascoltare. Mai un’interrogazione,

i voti erano frutto delle discussioni e dei confronti.

Di fronte alla classe indisciplinata, nessun urlo o richiamo: solo il silenzio, seduto dietro la cattedra, in attesa del ritorno all’autocontrollo degli studenti. E poi, i pomeriggi a casa sua o in giro per Roma.

Fuori dalla formalità e da ogni rigido ruolo, anche quella volta che come membro interno all’esame di maturità, ci convocò prima della prova orale e ci riferì i voti ottenuti agli scritti. Se la Commissione avesse saputo…

Le persone prima di tutto. “In passato ho forse imparato di più dai libri. Nei tempi più recenti – scriveva nel 1986 – mi sembra di imparare di più dagli incontri che mi capita di fare. (Ma forse era così anche prima e il ricordo inganna). Tra le maggiori fortune che mi sono state date in sorte, considero i rapporti con le tante e diverse persone che ho potuto incontrare e conoscere”.

Alex aveva scelto da che parte stare, lui che era l’uomo dell’”agire” piuttosto che del “reagire”, come lui stesso diceva.

È questa la ricchezza che ci ha regalato e che, sono certa, resta in ognuno dei suoi studenti.

Che ci accomuna, insieme a quanti mantengono viva la sua memoria. La sua capacità al dialogo, la pacatezza vitale, è forse ciò che di Alex manca di più, di quest’uomo paladino di libertà e giustizia. 

Da uomo libero, a 49 anni, ha deciso che doveva andarsene. Quel 3 luglio del 1995, nei pressi di Firenze, scelse un albero di albicocche e si impiccò.

Lasciò scritto: “I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. ‘Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati’. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai.

Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

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Agnese Malatesta
Agnese Malatesta

Agnese Malatesta

Giornalista professionista. Per trent’anni cronista all'Ansa, mi piace raccontare fatti e persone ‘comuni’. Scrivo su B-hop perché quelle storie, forse semplici ma non scontate, e comunque vitali e positive, di solito non fanno la storia del momento ma arricchiscono le vite di tutti. Mi piace pensare che questo sia un modo per contribuire al vivere civile. Sempre attratta dai temi sociali – laureata, più o meno consapevolmente, in Sociologia – guardo con passione alle novità in questo ambito. Ho una predilezione per i fiori, le rose in particolare, e per le scrittrici donne.