reportage di Patrizia Caiffa – Un viaggio nel Vietnam del nord mentre da noi è inverno implica cieli grigi e pioggerellina impalpabile. Un clima autunnale e brumoso che ha il suo fascino (finché non diventa troppo). Altra costante del viaggio sono gli sciami di motorini con sopra intere famiglie (anche 4 persone, con seggiolini per bambini). Sembrano mosconi impazziti, non si fermano nemmeno per far passare i pedoni sulle strisce pedonali.
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Un paese di grande storia e cultura, con bei paesaggi naturali e architetture imperiali. Sicuro, efficiente, organizzato. Qui tutto è facile ed economico.
Nei secoli i vietnamiti hanno dimostrato di essere un popolo caparbio, orgoglioso e resistente alle continue invasioni: prima i cinesi con le influenze del confucianesimo, poi il colonialismo francese, che ha lasciato tracce negli edifici di Hanoi e nell’alfabeto latino della lingua vietnamita (anziché gli ideogrammi) e infine gli americani, che avevano aiutato i francesi e poi negli anni ’60 hanno occupato il Vietnam del Sud per impedire l’espansione del comunismo in Asia.
La maggior parte dei vietnamiti sono atei (86,32%), il 6% sono cattolici e il 4,79% buddisti.


Gli americani, come tutti sanno, hanno perso la guerra: ora è un paese con partito unico, comunista ma aperto al liberismo, con un Pil in crescita enorme, 100 milioni di abitanti e
23 milioni di turisti stranieri attesi nel 2025 (oltre a 200 milioni di turismo interno), che la rendono la nazione con più incremento turistico in Asia.
Il Vietnam mira a battere Thailandia (oggi al primo posto) e Malesia, arrivando nei prossimi anni a 50 milioni di turisti dall’estero.
L’itinerario parte dalla capitale Hanoi, ricca di templi, pagode, musei, laghi, architetture antiche e moderne e una atmosfera unica che la caratterizza. C’è tanto da scegliere tra le opportunità di visita, dipende dagli interessi personali. Tralasciati quindi i vari siti patriottici dedicati al rivoluzionario e primo presidente del Vietnam Ho chi minh (chiamato amabilmente bo Ho, ossia zio Ho) qui abbiamo scelto l’antico, la cultura, il sacro e il curioso.


Il Tempio della letteratura è un classico imperdibile, come piazza San Pietro o il Colosseo. L’atmosfera è rarefatta anche se i turisti sono tanti. Spiccano le grandi stele che sormontano tartarughe giganti, tra gli animali sacri del Vietnam (insieme al drago, all’unicorno e alla fenice). Vi si riunivano i letterati che componevano e declamavano le loro opere.


Se appena arrivati dall’Italia non avete avuto ancora il tempo di orientarvi al ritmo della vita locale attenti alle truffe! Ci sono tassisti con tassametri truccati che fanno pagare una corsa 10 volte più del dovuto. Scaricate subito l’app Grab e gli spostamenti in taxi saranno comodi, efficienti ed economici.
La maggior parte del turismo si concentra nel quartiere vecchio, che brulica di attività commerciali, Spa per foot massage e massaggi vietnamiti e thailandesi, ristoranti, cibo di strada. La sera i vietnamiti si siedono su minuscole seggioline e mangiano la zuppa tradizionale, il Pho bo, con le bacchette, incuranti dei gas di scarico.
L’esperienza del cibo di strada è divertente e piacevole, ma i viaggiatori scelgono di assaggiare la deliziosa e delicata cucina vietnamita nei tanti ristoranti della zona, tra cui – consigliatissimo – l’Hanoi corner restaurant.
Qui si può assaporare per la prima volta il gustoso ed originale piatto tipico Banh seo hai sang, una specie di crepe farcita con insalata, menta, ananas, cetriolo, germogli di soia, tofu o carne o pesce che si trasforma in un involtino primavera avvolgendo il tutto in carta di riso e intingendolo in una salsa dolce.


D’obbligo è una passeggiata mattutina o serale al lago Hoan Kiem. Alle 6 del mattino i vietnamiti praticano il Tai chi. Al tramonto c’è un clima festoso, con luci, bambini che giocano, venditori ambulanti. Sul ponte acceso di luminarie rosse che porta ad un isoletta al centro del lago c’è una donna che vende cartoline con preziosi origami. Altro luogo molto suggestivo è la Pagoda sul lago Ho Tayi.


Una visita molto interessante è il Museo delle donne vietnamite, nel quartiere francese. Qui vengono raccontati gli usi e costumi, le tradizioni (il matrimonio, la nascita, la cucina, l’agricoltura, l’artigianato, le offerte agli antenati), delle 54 minoranze del Vietnam. Gli abiti tradizionali sono belli e vari.
Colpisce la diversità dei canoni di bellezza: in un gruppo etnico le donne mettono una lacca nera sui denti lasciandone bianchi un paio, a prima vista sembrano denti marci. Altre hanno una sorta di bicchierini nei lobi delle orecchie.


In interviste video le donne più povere dei villaggi raccontano la loro dura vita di sacrifici: si trasferiscono nella capitale per vendere fiori o verdure nel commercio informale, sempre con il timore dei controlli e divieti della polizia. In questo modo riescono a far studiare figli o nipoti.
Al secondo piano del museo è stato ricostruito l’altare della Dea madre con video, abiti e accessori dei medium che incarnano figure mitiche come principi, principesse, mandarini. I riti ricordano il Candomblé brasiliano, con alcuni partecipanti che si calano nei vari personaggi e danzano al ritmo degli strumenti locali, uscendone rigenerati.
Un intero piano è dedicato alle donne della resistenza, tra cui giovanissime (14, 18, 20 anni), che hanno combattuto gli americani durante la famosa guerra del Vietnam dal 1955 al 1975. Le foto della propaganda le mostrano sorridenti e fiere mentre imbracciano le armi. Molte sono state imprigionate in un temibile carcere nella città di Saigon (oggi Ho chi minh), messe nelle gabbie delle tigri e torturate.
Tra le strategie della resistenza vietnamita c’era quella di costruire tunnel come quello a Vinh Minh, lungo 30 km (la stessa lunghezza del Canale della Manica), attrezzato per accogliere le persone, stoccare armi e cibarie. In quegli anni vi sono nati perfino 60 bambini.
Durante la guerra contro gli americani (che occupavano il Vietnam del sud, a prevalenza cattolica) sono morti oltre 4 milioni di vietnamiti e 500.000 americani.
I marines radevano al suolo interi villaggi ammazzando i civili con il Napalm e il famoso Agente arancio, una specie di diserbante per distruggere le foreste dove si nascondevano i Viet Cong. La guerra è finita anche in seguito alle forti contestazioni dei giovani statunitensi. La pace è stata sancita con gli Accordi di Parigi del 1973. Lo slogan usato ancora oggi dai vietnamiti è
“Il debole che vince il forte”.
Un’altra testimonianza della forza e caparbietà dei vietnamiti è ad Hanoi il Ponte di Lien thien sul Fiume Rosso, costruito dall’ingegnere Gustave Eiffel. Distrutto più volte dagli americani è stato ricostruito e di nuovo bombardato. Finché i vietnamiti hanno avuto l’idea geniale di mettere al lavoro prigionieri americani.


Ai lati del lungo ponte si intravede la povertà delle tipiche case a galleria, tutte strette e lunghe (erano costruite così per evitare tassazioni), tra le solite migliaia di motorini, qualche bicicletta e i tipici cappelli di paglia a cono, usati oramai solo dalla gente dei villaggi e dagli anziani.
Una curiosità fomentata dai social è la visita alla Train street: le case sono praticamente attaccate al binario, sulla linea che collegava Hanoi a Saigon. Oggi passano 10 treni al giorno ed è diventata un’attrazione turistica instagrammabile. Sono spuntati come funghi decine di bar dove i turisti sorseggiano bibite in attesa del passaggio del treno.


Dopo Hanoi la tappa imperdibile del nord del Vietnam, a tre ore di viaggio, è la meravigliosa Baia di Halong:
paesaggi carsici con migliaia di faraglioni calcarei e isolotti verdi che spuntano dall’acqua, con grotte scavate dal vento e dal mare nel Golfo del Tonchino,
a 200 km dalla frontiera terrestre della Cina. La profondità del mare dipende dalla luna e dalle maree, in alcuni punti arriva fino a 4 metri. E’ una zona molto pescosa, ottimi i calamari. E’ una delle 7 meraviglie naturali del mondo nel 2011 e Patrimonio Unesco dell’umanità nel 1994.
Centinaia di imbarcazioni medie e grandi si muovono nella baia ogni giorno. Si può optare per una visita in giornata o fare una lussuosa minicrociera (a prezzi accessibilissimi) di 24 ore o due o tre giorni. È dolce dormire cullati dalle acque e la cucina a bordo è fantastica.
I turisti vengono portati con il tender a fare escursioni in kayak o imbarcazioni locali (rolling boat) nelle grotte marine. Un morbido fluttuare mentre i remi sfiorano il pelo dell’acqua, sempre molto calma.
Il grigio del cielo e la bruma conferiscono tratti nordici a questo paesaggio insolito, che ha un fascino malinconico.
Una escursione molto interessante è quella alla fabbrica di perle, una azienda privata con tre sedi nella baia di Halong. Qui spiegano tutto il processo di coltivazione delle perle dalle ostriche.


Prima della fine dell’Ottocento esistevano solo perle naturali. Il processo di produzione delle perle coltivate è stato sviluppato grazie al lavoro pionieristico di Kokichi Mikimoto, un imprenditore giapponese.
Anche se il metodo è stato inventato dal ricercatore giapponese Tatsuaki Iwaki, Mikimoto è riconosciuto come l’inventore della perla coltivata nel 1893, dopo aver sviluppato un sistema che permetteva di coltivare perle in modo controllato inserendo un nucleo di madreperla all’interno di un’ostrica per stimolare la produzione di perle.


Le ostriche di diverse grandezze vengono raccolte da coltivazioni in mare, selezionate e sottoposte a questo processo. Dopo vengono messe di nuovo in mare per mesi. Quando si aprono c’è il 30% di possibilità di trovare le perle. Oltre ai noti gioielli gli scarti della lavorazione delle ostriche vengono usati per creme antirughe o finiscono sui tavoli dei ristoranti.


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