di Stefano Macera – A Roma, nel quartiere Appio Claudio v’è la chiesa parrocchiale di San Policarpo, autentico punto di riferimento per un’ampia comunità. Che ne affolla le messe domenicali e partecipa, in ogni sua componente generazionale, alle numerose attività che vi si svolgono.
In sostanza, anche ai giorni nostri si ha la conferma d’un ruolo ricoperto sin dalle origini, efficacemente illustrato in un sito internet che molto concede alla rievocazione storica. Soffermandosi, per dire, sulla vicenda dei baraccati del vicino Acquedotto Felice. A sostegno dei loro diritti, a partire da quello all’istruzione, si spese con grande energia don Roberto Sardelli, collaboratore della parrocchia dal 1968. Superando il mero assistenzialismo, egli si scontrò anche con alcuni ambienti ecclesiastici. Ma, come gli è ormai unanimemente riconosciuto, contribuì a risolvere i problemi di molte persone dalla condizione sociale estrema.
Oggi, le abitazioni di fortuna addossate all’acquedotto tardo-cinquecentesco sono solo un ricordo.
E chi si approssima alla chiesa osserva il prevalere di un’edilizia di pregio, diversa dagli intensivi a carattere popolare dei territori limitrofi.
In ogni caso, San Policarpo rimane centrale nella vita del quartiere. Anzi, ne costituisce il fulcro persino sul piano urbanistico. Infatti, con la sua mole compatta e l’aspetto esterno che può evocare quello d’una lanterna, risulta visibile anche a distanza. In particolare dal principio di viale Giulio Agricola, l’arteria che vi giunge partendo dalla Tuscolana.
E’ significativa, inoltre, la prossimità al Parco degli Acquedotti, un’area verde fortemente vissuta dai residenti e amata dagli appassionati di archeologia. Oltre all’Acquedotto Felice, vi si trovano i resti di diverse costruzioni dalla medesima funzione, però risalenti all’antica Roma. Si tratta di vestigia che, soprattutto nel caso dell’Acquedotto Claudio, tuttora colpiscono per la grandiosità.


Ora, è interessante notare quanto la chiesa, realizzata tra il 1964 e il 1967, si ponga in dialogo con tali preesistenze. La sua facciata, infatti, è costituita da un muro autoportante in cui i blocchi quadrati di peperino si alternano a ricorsi di mattoni. In sostanza, si tratta di materiali già usati nel Claudio e in altri acquedotti. Una scelta legata alla poetica del progettista: l’architetto, ingegnere e urbanista Giuseppe Nicolosi.
Questi ha sempre cercato di conciliare il richiamo alle tradizioni costruttive con l’innovazione più audace. Del resto, che l’edificio in questione presenti pure tratti inediti lo si evince già girandogli attorno. Il che significa inoltrarsi nella contigua area verde, sì da coglierne la peculiare forma di esagono irregolare, con un sesto lato sorprendentemente stretto. Ma, affinché l’impressione di originalità si consolidi, occorre superare il piccolo pronao a capanna che precede l’ingresso.
Giunti all’interno, infatti, si troverà qualcosa di raro: una struttura sganciata dal muro perimetrale e basata sull’impiego espressivo del cemento armato a vista. In pratica, sei alti pilastri sostengono sugli angoli delle travi. Le quali, intersecandosi, danno luogo a una forma simbolica: una stella a sei punte o di David, che peraltro incornicia suggestivamente la copertura a sei falde.


L’impatto sul visitatore è notevole. Posto di fronte a una creazione lontana dalle sue abitudini visive, questi può anche provare sconcerto, ma difficilmente rimane indifferente. Non c’è, insomma, la parvenza anonima di tante chiese contemporanee, che riducono il concetto di funzionalità alla rinuncia a qualsiasi ricerca estetica. Certo, questa struttura così originale attira l’attenzione anche perché la chiesa è disadorna. Tra i pochi elementi decorativi vi è la lunga e stretta vetrata policroma dell’area presbiterale. Cui vanno aggiunte le vetrate raffiguranti episodi evangelici, che si aprono sul muro perimetrale.
Quest’ultimo è costituito da mattoni rossi, alternativamente disposti a ricorsi regolari o a filari collocati a 45 gradi rispetto al piano di posa. Un modo di comporre la muratura che crea non poche vibrazioni di luce, conferendo inconsueta energia ai materiali costruttivi.
In sostanza, in linea con la più avanzata concezione dell’architettura sacra, si tende a vedere nella chiesa non un contenitore di fedeli, ma un vero e proprio organismo vivente. Che per comunicare con chi entra non ha bisogno di orpelli, facendo leva sull’eloquenza delle sue nude, ma studiatissime, strutture. Altrettanto pensata è la distribuzione della luce, che qui proviene dalle finestre ordinarie, adorne delle vetrate di cui s’è detto, e da una finestra continua a nastro, posizionata al di sotto della copertura.


Dunque, progettando la chiesa, Nicolosi ha saputo far coincidere pienamente aspetti funzionali e valori espressivi.
Tuttavia, per cogliere i pregi del suo lavoro occorre fermarsi nell’edificio per qualche minuto. Il tempo giusto per superare l’eventuale spiazzamento. Oppure, si deve fruire dello spazio da fedele. Quindi da persona che, partecipando alla funzione religiosa, non ha bisogno di analizzare quel che vede. Ché gli risulterà comunque facile immergersi nella peculiare atmosfera dell’edificio. Sino ad intuire, nel movimento verticale dei suoi pilastri, un’allusione a quella elevazione spirituale cui è chiamato ogni buon cristiano.
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