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Home L'altrove

In Brasile una scuola italiana per 230 bambini: la storia dell’Associazione Andrea Pescia

In viaggio nella scuola filantropica Andrea Pescia a Fortaleza: una storia nata da un dolore familiare e diventata, negli anni, una rete capace di costruire opportunità e futuro.

di Erika Mattio
25 Settembre 2026
in L'altrove
Tempo di Lettura: 5 mins read
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Immagine. La scuola filantropica Andrea Pescia a Fortaleza. Foto: Erika Mattio

Immagine. La scuola filantropica Andrea Pescia a Fortaleza. Foto: Erika Mattio

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reportage di Erika Mattio – Ci sono associazioni che nascono da un progetto e altre che cominciano da una storia. A volte persino da una ferita. L’Associazione Andrea Pescia appartiene a queste ultime: realtà che non possono cambiare ciò che è accaduto, ma possono decidere che cosa farne.

A Fortaleza, nel Nordest del Brasile, quella scelta oggi ha il volto di 230 bambine e bambini. Arrivano ogni mattina con la loro divisa ordinata, entrano nelle aule, mangiano insieme, studiano e giocano. Sono accompagnati dalle insegnanti, dalle cuoche, dalla direttrice e anche da ragazzi più grandi che, un tempo, sedevano proprio tra quegli stessi banchi. È qui che il significato della parola “associazione” smette di essere astratto. Diventa una porta aperta ogni mattina, un piatto preparato, un quaderno, una lezione, un abbraccio. Diventa soprattutto la possibilità concreta di non lasciare indietro nessuno.

Fortaleza, la comunidad e la scuola filantropica: trasformare il dolore in una scelta

Fortaleza è la capitale del Ceará, una grande città affacciata sull’Atlantico, conosciuta per le spiagge, il turismo e un lungomare che racconta soltanto uno dei suoi molti volti. Allontanandosi dalla costa più frequentata emergono altre geografie urbane: quartieri popolari e comunità nelle quali le opportunità educative e sociali possono essere molto diverse da quelle disponibili nelle zone più ricche della città.

Immagine. Il quartiere Serrinha, dove sorge la scuola Andrea Pescia, nella periferia di Fortaleza. Foto: Erika Mattio
Immagine. Il quartiere Serrinha, dove sorge la scuola Andrea Pescia, nella periferia di Fortaleza. Foto: Erika Mattio

Nel quartiere di Serrinha, nella comunità di Garibaldi, si trova la scuola filantropica sostenuta dall’Associazione Andrea Pescia. Entrarvi significa incontrare una Fortaleza lontana dalle immagini da cartolina, senza però cadere nello stereotipo che riduce una favela soltanto alla povertà. Garibaldi è anche famiglie, lavoro, relazioni e persone che ogni giorno costruiscono comunità. Ed è proprio all’interno di questa rete che la scuola ha trovato il proprio spazio.

Per comprendere l’Associazione Andrea Pescia bisogna tornare al 2006 e alla storia della famiglia Pescia. Andrea era padovano, aveva 32 anni e aveva scelto Fortaleza come luogo in cui costruire la propria vita. In Brasile lavorava, aveva una famiglia e un figlio piccolo. Il 10 febbraio 2006 la sua vita venne spezzata durante una rapina. Il responsabile dell’omicidio fu successivamente arrestato e condannato, ma per la famiglia Pescia iniziò un lungo e doloroso percorso alla ricerca di giustizia. Da quella tragedia, Bruno e Daniela Pescia decisero però di far nascere qualcosa che guardasse nella direzione opposta alla violenza.

È nella sua casa di Padova che Bruno racconta oggi a B-Hop quella scelta. Le sue parole non cancellano il dolore, ma spiegano come una perdita possa trasformarsi in responsabilità verso gli altri.

“Anche se non avevamo risposte, né giustizia, abbiamo deciso di essere parte di quella realtà, dando il nostro contributo per fare del bene. Oggi i nostri bambini, oltre duecento, crescono e, spesso, quando diventano grandi, collaborano con noi: un cerchio di vita e speranza”.
Immagine. L'incontro con Bruno Pescia nella sua casa di Padova. Foto: Erika Mattio
Immagine. L’incontro con Bruno Pescia nella sua casa di Padova. Foto: Erika Mattio

Poco dopo la morte di Andrea nacque così l’associazione che porta il suo nome, con l’obiettivo di sostenere i bambini di Fortaleza. Negli anni quel primo impegno è cresciuto fino a diventare la scuola che oggi accoglie 230 bambine e bambini nella comunità di Garibaldi. Forse il senso più profondo dell’Associazione Andrea Pescia è proprio qui: non cancellare una ferita, cosa impossibile, ma scegliere ciò che può nascere dopo di essa.

E trasformare una storia interrotta troppo presto nella possibilità, per centinaia di bambini, di scrivere la propria.

E quel “cerchio di vita e speranza” di cui parla Bruno Pescia è diventato qualcosa di concreto. Alcuni dei bambini cresciuti nella scuola sono diventati ragazzi e adulti e hanno scelto di tornare. Oggi aiutano chi è più piccolo, collaborano alle attività e restituiscono parte di ciò che hanno ricevuto. Il progetto, così, non procede soltanto in avanti. Si muove in cerchio, passando da una generazione all’altra.

Dentro la scuola: 230 bambini, cinque pasti e altrettante possibilità

Entrare nella scuola di Fortaleza permette di comprendere ciò che i numeri, da soli, non riescono a raccontare. La prima impressione è quella della cura. Gli ambienti sono puliti e ordinati, le attività organizzate con attenzione. Ma soprattutto colpisce il modo in cui ogni bambino viene chiamato, seguito, ascoltato e accolto.

La divisa porta i colori italiani e viene indossata con una fierezza particolare. I bambini arrivano preparati quasi dovessero partecipare a un piccolo evento. Quel vestito sembra diventare qualcosa di più di un semplice indumento scolastico: è un segno di appartenenza, il modo per dire questa è anche la mia scuola, questo è il mio posto.

Immagine. L'accoglienza all'interno della scuola Andrea Pescia: giochi e compiti. Foto: Erika Mattio
Immagine. L’accoglienza all’interno della scuola Andrea Pescia: giochi e compiti. Fortaleza, agosto 2026. Foto: Erika Mattio

Dietro questa quotidianità c’è un lavoro enorme e spesso invisibile. Ci sono le maestre, che accompagnano l’educazione e la crescita dei bambini. Ci sono le cuoche, impegnate a preparare cinque pasti al giorno, perché non può esserci apprendimento senza attenzione ai bisogni fondamentali. E ci sono i ragazzi più grandi, alcuni cresciuti proprio tra queste mura, che oggi dedicano tempo ed energie ai più piccoli.

Ma c’è un altro aspetto che racconta con particolare chiarezza il significato della parola “opportunità”. La scuola accoglie e accompagna anche bambini nello spettro autistico, cercando di costruire percorsi capaci di rispondere alle loro necessità.

Immagine. Le cuoche e le volontarie presso la scuola Andrea Pescia. Foto: Erika Mattio
Immagine. Le cuoche e le volontarie presso la scuola Andrea Pescia. Foto: Erika Mattio

In contesti nei quali l’accesso a servizi educativi e specialistici può essere difficile o economicamente fuori dalla portata di alcune famiglie, significa provare a impedire che una condizione personale si trasformi in esclusione. L’obiettivo non è chiedere a tutti i bambini di essere uguali, ma permettere a ciascuno di avere lo spazio e gli strumenti necessari per imparare, crescere e partecipare. Perché la condizione economica di una famiglia non dovrebbe determinare la qualità dell’istruzione e delle opportunità a cui un bambino può accedere.

Fare rete significa costruire possibilità

Al centro di questa piccola comunità c’è la direttrice Maria Auremir. Più che dirigere una scuola, sembra conoscerne ogni respiro. Si muove tra le aule, parla con le insegnanti, osserva i bambini, li chiama per nome e li abbraccia. L’attenzione non è mai rivolta soltanto al gruppo, ma a ciascuno di loro.

“Ho più di settant’anni, ma mi sento la mamma di tutti questi bambini e queste bambine. Il nostro compito è dare loro amore, istruzione e le stesse possibilità dei bambini che studiano nelle scuole più ricche. Non lasciamo nessuno indietro. Ognuno di noi cerca di dare tutto il suo tempo per creare un futuro migliore”.
Immagine. Maria Auremir, la direttrice della scuola e la "mamma" di tutti. Foto: Erika Mattio
Maria Auremir, la direttrice della scuola e la “mamma” di tutti. Foto: Erika Mattio

Nelle sue parole c’è forse la misura più semplice del lavoro portato avanti ogni giorno:

non sostituirsi alle famiglie, ma creare uno spazio nel quale ogni bambino possa sentirsi visto, riconosciuto e accompagnato.

Realtà come l’Associazione Andrea Pescia ricordano anche che aiutare non significa arrivare da lontano pensando di possedere tutte le risposte. Significa esserci. Ascoltare. Costruire relazioni. Fare rete. Una rete che attraversa l’Atlantico e unisce Brasile e Italia attraverso persone, sostegno economico, materiali, competenze, volontari e semplicemente attraverso chi sceglie di conoscere e raccontare questa storia. Perché anche far conoscere un progetto significa, in qualche modo, allargare la rete che lo sostiene.

Immagine. La forza del cambiamento. Foto: Erika Mattio
Immagine. La forza del cambiamento. Foto: Erika Mattio

A Fortaleza il cambiamento non ha necessariamente il rumore delle grandi rivoluzioni. A volte ha il suono delle posate durante il pranzo, delle voci dentro un’aula, delle maestre che spiegano una lezione. Ha i colori di una divisa indossata con orgoglio e il gesto di un ragazzo che, dopo essere stato aiutato da bambino, torna per tendere la mano a qualcun altro.

È quel “cerchio di vita e speranza” raccontato da Bruno Pescia. Ed è forse questa l’immagine da portare via da Fortaleza:

un bambino che entra a scuola tenendo qualcuno per mano e, molti anni dopo, attraversa nuovamente la stessa porta. Questa volta è lui a tenere per mano un bambino più piccolo.

Perché le reti funzionano così: qualcuno tende una mano, qualcun altro la afferra. E un giorno, quella stessa mano impara a tendersi verso il prossimo.


 

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Erika Mattio

Erika Mattio

Antropologa, archeologa e scrittrice. Nata nel 1989 nelle vallate cuneesi, mi sono trasferita per lavoro nella laguna veneziana, dove, fra moeche e barche a remi mi occupo di scavi archeologici e giornalismo. Ho studiato in Iran e mi sono dottorata a Madrid. La scrittura è il mezzo per unire ciò che la geografia separa. Raccolgo storie e suoni da porti, deserti, discariche e città invisibili. Mi muovo tra scavi archeologici e rotte contemporanee, inseguendo le tracce dell’umano tra passato e presente. Il mio sguardo è etnografico, il mio passo lento, il mio taccuino sempre aperto. Scrivo su B-Hop perché credo in un giornalismo che scava, ascolta e restituisce complessità con cura.

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