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Home E-volver

Rientro, perché la noia si sente di più?

Vacanze finite e ora? Spesso quando si rientra nella routine quotidiana ci si sente insoddisfatti, annoiati come un criceto nella ruota. La nostra vita non ci piace più. Cosa ci vuol dire la noia?

di Marianna Mandato
10 Settembre 2026
in E-volver
Tempo di Lettura: 5 mins read
35 0
A A
Ragazza molto annoiata

Foto di Engin Akyurt da Pexels

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di Marianna Mandato – “Sempre le stesse cose. Una noia mortale. Sono rientrato da pochi giorni e già mi annoio a morte”.

Vero. Le vacanze sono finite quasi per tutti e i ritmi quotidiani vengono riacquisiti come se “nel frattempo” non fosse successo nulla.

Ascolta “Rientro, perché la noia si sente di più?” su Spreaker.

Perché ci annoiamo fino a tirare in ballo la morte? Soprattutto, che cosa ci vuole comunicare la parola noia quando la usiamo? Perché la usiamo? E che cos’è quel “rientro” di cui si sente parlare ogni volta che una vacanza finisce? In più,

perché col rientro la noia diventa più prepotente, si sente di più?
Folla di persone in un giorno qualsiasi
Foto di Cameron Casey da Pexels

Andiamo per gradi e cerchiamo di comprendere la (parola) noia senza annoiarci.

Innanzitutto, di chi è figlia questa noia, una parolina all’apparenza così semplice, tanto che anche un bambino saprebbe usarla al momento giusto senza sbagliare?

Partiamo con il nostro “rewind cerca genitori”. Forse sembriamo un po’ noiosi o monotoni, ma la ricerca a ritroso si ferma ancora una volta davanti a una porta latina.

Antica porta romana
Foto di Rasha Saadeh da Pexels

Bussiamo. E ci viene ad aprire la parola composta in-odium, dall’aspetto piuttosto burbero. Ci vuole comunicare subito che significa “avere in odio”. Quell’ “in” indica che in qualche maniera siamo proprio catapultati dentro una forma d’odio.

Inodium è diventato la nostra noia passando dal provenzale noja e dal francese ennui che hanno mantenuto la stessa radice latina.

In-odium, da cui il sostantivo inodiosus (il nostro odioso), voleva riferirsi a un qualcosa di sgradito, di molesto, di esecrabile in cui si sentiva di stare. Quasi fastidioso a livello fisico.

Prendiamo atto e andiamo avanti.

Se dovessimo preparare una “torta noia”, quali ingredienti andremmo a cercare per darle proprio il suo sapore specifico e la giusta consistenza?

Sicuramente, come ingrediente base, la monotonia.

Sarebbe una torta monocolore e anche piuttosto piatta. Poi, l’insoddisfazione, il disagio, il senso di fastidio, la stanchezza perenne, la mancanza di voglia di fare, assenza di stimoli, il cattivo umore, un pizzico di malinconia e di inquietudine, una punta di tedio, oltre allo sguardo perso, perché no. Aggiungeremmo anche una manciata di quella sensazione da criceto che non riesce a smettere di girare nella ruota.

torta monocolore
Foto di Eva Bronzini da Pexels

Non sembrerebbe una torta molto appetibile, questa noia.

La mangereste se ve ne offrissero?

Facciamoci ora la domanda che ci piace tanto: può, della noia, essere figlio un verbo?

Certamente, annoiare e annoiarsi.

Insomma, parrebbe proprio che, pur immaginandosi una persona annoiata ferma, statica, quasi immobilizzata, la noia invece, ha bisogno della nostra azione, del nostro contributo attivo, per esistere nella realtà.

E che vuol dire?

Vuol dire che per annoiarci e annoiare dobbiamo scegliere di agire in maniera tale da fare o continuare a fare quel qualcosa che ci procura una sensazione odiosa, una sensazione sgradita nel nostro modo di essere, di esserci.
Nella ruota come criceti
Foto di Wal_172619 da Pexels

Annoiarsi, insomma, non corrisponde a non sapere come riempire uno spazio vuoto. Non corrisponde a stare fermi. Questa, potrebbe semmai essere una conseguenza.

Quello che facciamo non ci piace più. Quello che siamo non ci piace più. Lo troviamo noioso. Sentiamo che per qualche ragione non va più bene. E un periodo particolare come una vacanza lo rende ancora più evidente.

I “rientri”, si diceva, rischiano di essere devastanti, “di una noia mortale”. Perché non sentire il senso delle cose che facciamo o che ci caratterizzano, ci uccide. Finiamo per provare odio per un noi stesso inserito in un contesto che ormai appare vuoto di senso. Meglio, che si percepisce ormai vuoto di senso reale o pratico per noi. E purtuttavia dobbiamo continuare ad esserci.

Dobbiamo rientrare, ovvero tornare ad inserirci in qualcosa che invece sentiamo di rifiutare perché non ci alimenta, non ci stimola, non ci rende giustizia.

Azioni e attività spesso ripetitive ma prive di qualsiasi valore, lavori sempre identici a loro stessi, meccanismi familiari e sociali che si ripetono all’infinito senza alcuna utilità concreta o astratta che sia, mancanza di prospettive reali rispetto a quel che facciamo o siamo, produce il famoso “senza senso” che tutti conosciamo.

E, quel senso è anche i “sensi”, quelli che percepiscono, quelli che sentono, quelli che fanno sentire vivi.

Insomma,

la noia fa una cosa importantissima, ci fa sentire di non sentire. Di non sentirci più.

Ci catapulta nella dimensione di quel “noi stessi” ovattato, quell’Io che spesso viene stordito da attività molteplici in grado di fornire la sensazione di fare qualcosa di utile, qualcosa che abbia valore e senso. Ma è una condizione transitoria o apparente. Nella migliore delle ipotesi, una condizione che prima andava bene ma che ormai andrebbe cambiata.

Purtroppo la noia è odiosa, appiccicosa, non ci piace, vorremmo disfarcene il prima possibile. La temiamo al punto da volerla evitare in ogni modo. I giovani ne sanno qualcosa. Parola d’ordine: non annoiarsi.

Due ragazzi guardano qualcosa sul cellulare senza comunicare fra loro
Foto di Kampus Production da Pexels

Non ci piace avere a che fare con noi stessi per troppo tempo. Sentiamo a rischio la nostra stabilità emotiva e mentale. Così la noia sembra negativa. Un vuoto da riempire.

Sentire troppo è come quel “ricordati che devi morire” che, nonostante dovrebbe spronarci a vivere appieno la vita, ottiene l’effetto di innervosirci. Pare che qualcuno “voglia tirarcela”.

Allora ci impegniamo il più possibile, cerchiamo la “vita piena di guai” che Vasco Rossi ha saputo cantare tanto bene.

Ma la noia non va evitata, magari stordendosi con forme tutte moderne di distrazione, piuttosto va ascoltata come fosse uno stridulo allarme. Ha una funzione profonda per noi stessi e le nostre scelte.

Ci aiuta a comprendere cosa ci manca, a stimolare adeguate strategie, prima di farsi da parte.

La noia è come un callo su un dito del piede. Per camminare bene non basta mettere un cerotto sul callo.

Il problema non è muoversi oppure no, ma in quale direzione andare. Quale senso hanno le nostre azioni. Che tipo di stimolo e soddisfazione ci procurano.

Bisogna trovare quel lievito che faccia di una torta piatta una torta appetibile e soffice.

torta lievitata
Foto di Konstantin Klimov da Pexels

Occorre trovare quel qualcosa che faccia lievitare sé stessi.

 

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Marianna Mandato

Marianna Mandato

Filosofa, dottore di ricerca pedagogica e scrittrice. Mi affascinano il linguaggio e la percezione del reale che passa per i sensi. Amo la bellezza che si trasforma in arte, in ogni suo più piccolo modo di esprimersi. In ogni ambito. In ogni circostanza. Amo scrivere. Nelle parole che usiamo c’è la realtà che viviamo. Ma è come le usiamo che le dà forma mentre ne informa. La scrittura è un fluido magico che si esprime attraversando il mondo, in ogni luogo. Partendo da noi stessi. Io B-Hop perché è espressione del bello che esiste ovunque ma spesso non si nota. Che attraverso la scrittura si mostra, e può volare lontano…

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