di Marianna Mandato – “Mi fido di te, certo. Ma tu devi fidarti di me”. Se fosse uno di quei simpatici giochini enigmistici, sotto recherebbe la scritta “trova l’errore”.
Certi che molti abbiano già trovato la soluzione, noi, per trovarla, intendiamo comprendere che cosa recepiamo quando leggiamo “mi fido”.
Ascolta “L’importanza di potersi fidare” su Spreaker.
Che cosa ci vuole comunicare la parola fiducia? Perché la usiamo? Con quale scopo?
Pur essendo quasi istintivo voler rispondere con un “e vabbe’, tutti lo sanno, dai”, non siamo invece convinti che sia poi così semplice spiegarlo e comprenderlo.


Attrezziamoci di pazienza e facciamo in modo che lo diventi.
La prima cosa che ci viene in mente è che questa parola non nasca dal nulla. Chi sono i suoi genitori allora? In quale epoca sono vissuti?
È una ricerca che arriva molto lontano. La fiducia non si sa esattamente da chi nasca ma ha radici piuttosto antiche nella protolingua indoeuropea.
La radice specifica era bheidh–. Indicava non solo la disposizione a mettersi nelle mani di qualcuno ma a farlo in tranquillità, senza dubbi. Ciecamente, diremmo.
Da questa radice è derivato il fidere latino che ha mantenuto quasi inalterato il significato. Aggiungendo tuttavia qualcosa. Significava proprio fidarsi, affidarsi, ma anche credere.
Sembra quasi un gioco di parole, però. Non si può spiegare cosa voglia dire la fiducia, affermando che voleva dire affidarsi o fidarsi. Forse può aiutare di più quel “credere”.
A ben guardare, infatti, proprio il verbo “fidere” contiene la nostra fides. E la nostra fede si fonda proprio su quel credere.
Vuol dire che la fiducia è una specie di fede?
Andiamo avanti.
Cerchiamo di capire come imbottiremmo il panino fiducia per gustarcelo senza riserve. Sempre tenendo presente che chiunque chiedesse un “panino fiducia” dovrebbe ricevere un panino identico, ossia fatto con gli stessi ingredienti, in qualsiasi luogo. Se cambiamo deliberatamente gli ingredienti di un “panino parola”, ne cambiamo il gusto e con esso il significato.


Sicuramente con sincerità, schiettezza, affidamento, certezza, sentimento di sicurezza, garanzia, onestà di intenti, lealtà, valutazione positiva, stima, responsabilità, approvazione.
Il tutto condito da prove o segni che questi ingredienti non siano scaduti.
Proprio così, le caratteristiche della fiducia devono essere suffragate da qualcosa di concreto che le avalli. Da qualcosa di reale che si mantenga inalterato in ogni circostanza pur cambiando le circostanze.
Risulta abbastanza evidente che questo cocktail di ingredienti positivi sia un qualcosa che si debba costruire nel tempo. Come se si dovessero predisporre delle fondamenta importanti su cui edificare qualcos’altro di solido e durevole.


Non nasciamo con la fiducia incorporata, insomma. Non siamo esseri che possano ispirare fiducia senza guadagnarsela, senza costruirla.
Facciamoci a questo punto la domanda che ci piace tanto: può dalla fiducia derivare un verbo? No. “Fiduciare” non esiste. Ma esistono avere fiducia, essere fidati.
Sembrerebbe in pratica che, per essere individui di cui si può avere fiducia, o in cui riporre la propria fiducia, che dir si voglia, dobbiamo incarnarla. Dobbiamo essere la fiducia stessa.
E come si fa?
Semplicemente, dobbiamo fare in modo che il nostro comportamento, sia stando fermi sia agendo, permetta a chiunque di avere fiducia in noi.
Dobbiamo possedere tutti gli ingredienti che danno sapore al panino di cui parlavamo. Dando prova concreta del suo gusto.
Il nostro, non può essere soltanto un atteggiamento privo di consistenza. Riuscire a convincere qualcuno ad avere fiducia in noi è fattibile ma la mancata dimostrazione pratica che fosse corretto averne, sgretola la fiducia stessa e con essa l’idea che si possa avere effettivamente fiducia in noi.
Un po’ come se avessimo convinto qualcuno della possibilità di abitare senza rischi una casa priva di fondamenta pur di venderla. Quel qualcuno, convinto, inizierebbe ad abitarla ma, al crollo della stessa dopo pochi assestamenti del terreno, oltre ad una sana denuncia, non avremmo più alcuna possibilità di riproporre la stessa tipologia di casa né a lui né a nessun altro.
La fiducia è l’abito di un comportamento che si perpetua nel tempo, nella pratica di tutti i giorni.


È proprio qui che risiede la differenza tra la fiducia e la fede. Entrambe si basano su quel credere di cui parlavamo più su. Ma il credere che caratterizza la fiducia è il risultato di un comportamento pratico che ne dimostra la liceità. Il credere che caratterizza la fede si basa invece sulla convinzione personale che sia un bene farlo.
Possiamo credere ciecamente nell’esistenza di Dio. Possiamo affermare di fidarci ciecamente di qualcuno. Ma i due credo hanno in comune un apparente “ciecamente”. Perché poi, nella fiducia, ci mettiamo anche la mente che vede. Che esige prove della sua consistenza reale. Nella fede ci mettiamo qualcosa di impalpabile, magari il cuore, che può essere anche cieco di prove.


Ne deriva che la fiducia non è mai unilaterale. È una specie di rapporto tra chi si fida e chi restituisce fiducia. Basato su risultati reali.
Quando l’inganno compromette la fiducia, allora viene meno quel patto, quel rapporto basato sulla lealtà e la sincerità degli intenti.
Il panino fiducia non conserverà la sua freschezza ma tenderà ad acquisire un sapore piuttosto amaro, rancido, simile a quello del tradimento.


Tornando alla frase iniziale, l’errore stava in quel “devi” avere fiducia. La fiducia non è un dovere, non è un’astrazione, non si può richiedere a priori né a posteriori se manipolata in precedenza con l’inganno. A meno che non si stia chiedendo un’altra opportunità.
Non resta che avere fiducia nella possibilità che si riconoscano il valore e il sapore inconfondibili e sani della fiducia.


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