di Marianna Mandato – “Dicono che non sia in grado di godere appieno della vita. Lo dicono in tanti. Ne sono certi, anzi. Perché loro sanno bene come si vive. Io no. Così dicono loro. Io, sembrerebbe che non sia in grado. Io no.
Ma non ho mica capito perché loro lo sanno e io invece no. Eppure sono io.
Ascolta “La maggioranza ha sempre ragione?” su Spreaker.
Però continuano a dire che non riesco a divertirmi veramente.
Ho qualcosa che non va.
Forse hanno ragione loro.
Non ho il coraggio di pensare il contrario. Mi sento in colpa se lo faccio. Devono per forza aver ragione loro.
Perché loro si divertono e io no.
Perché loro sanno come ci si diverte e io no”.


Eccoci qua. Discorsi simili affollavano la testa degli “strani” di quella società. Erano coloro che cercavano di divertirsi a modo loro. Ma “a modo loro” sembrava non fosse corretto per la maggioranza di quella società. Per i “loro” di quella società.
“Loro” era una maggioranza composta da almeno tre persone che la pensavano nella stessa maniera.
E che, d’accordo fra loro, riuscivano a capire meglio della persona stessa di cui prendevano in analisi la situazione, cosa fosse preferibile per vivere in modo ottimale e cosa no proprio per lei.


Era come se ci fosse una regola tacita sul “vivere bene” cosa fosse. Come se si intendesse meglio in gruppo se qualcuno fosse in grado di divertirsi nel modo corretto o meno.
In un rapporto di uno a uno non era più possibile capirlo. Diventava un confronto fra due alternative e il dubbio restava sia per l’uno che per l’altro. Mentre la maggioranza lo sapeva sempre.
Quando un singolo affermava che un singolo aveva certe caratteristiche sbagliate, gli si rispondeva che si faceva specchio dell’altro. E che, in realtà, quanto vedeva nell’altro era il riflesso di sé stesso che gli risultava indigeribile e dunque sbagliato. Ma quando un gruppo diceva la stessa cosa sullo stesso singolo, allora il gruppo aveva ragione e basta. Quel singolo vedeva sé stesso nell’altro e pertanto doveva correggere la sua affermazione.


Spariva lo specchio e diventava maggioranza.
Ora, questa storia dello specchio, fece sì che quasi più nessun individuo singolo potesse dire la sua opinione su qualcun altro senza che immediatamente si vedesse in lui il difetto o la mancanza che additava nell’altro. Era un po’ come scoprire un nervo su cui la lingua batteva.
Per ogni questione, allora, per poter dire la propria, si rendeva necessario essere almeno in tre.
Bisognava per forza farlo, altrimenti qualcuno avrebbe potuto sospettare che i gusti personali e le modalità di approccio alla vita potessero essere personali e dunque non giudicabili.
E come si poteva diventare tre in partenza?
Semplicemente occorreva tacere finché non si fosse almeno tre. Anche con sé stessi.
Per molti individui, nonostante continuassero ad essere una esigua minoranza, non fu invece possibile trovare una soluzione.
Fu così che questi individui vennero giudicati strani, e anche un po’ malandati psicologicamente per il loro costante bisogno di specchiarsi negli altri senza comprendere i propri reali limiti.
Rosi dai sensi di colpa per cercare di far comprendere i propri punti di vista da singoli, vennero plagiati con dei sorrisi compassionevoli dalla maggioranza e invitati a imparare cosa fosse la vita e quale fosse il modo migliore per viverla e goderne.
Restava un problema.
Ogni giorno, prima di andare a dormire, e spesso anche prima, la maggioranza si sfaldava in tanti singoli individui.
Da soli, lontani dal rumore che può fare una maggioranza, ormai non riuscivano più ad avere un dialogo con sé stessi senza il bisogno di sapere se stessero facendo pensieri corretti oppure no.


Restavano convinti di ciò che la maggioranza aveva decretato magari rispetto ad un singolo individuo preso in analisi insieme, ma, rispetto ai propri personali pensieri, cominciarono a percepirsi in bilico.
E si sentivano dominati da sentimenti contrastanti tra ciò che poteva essere ritenuto giusto e ciò che inevitabilmente sarebbe stato giudicato sbagliato.
“E se sto pensando qualcosa che non approverebbero?”
riflettevano.
Per non sentirsi strani, tacevano di fronte alla maggioranza sulle proprie reali opinioni o convinzioni sulle cose, sulla vita, sulle persone. Che non erano giudizi e neanche specchi di qualcun altro ma semplicemente prospettive personali e necessità esistenziali da cui guardavano.
Ma la maggioranza era solita appiattire le tendenze personali proprio sulle idee della maggioranza.
Era la maggioranza che faceva l’opinione. E più folta era, più la rafforzava.
Tutto andò avanti così per tanto tempo.
Fintanto che un singolo non prese coraggio e proferì con voce ferma di fronte alla maggioranza: “Vi sbagliate”.
E quel Vi era proprio diretto a un coro che ai suoi occhi stonava.
Intendeva farsi specchio di una maggioranza tutta insieme? Come poteva essere possibile?
Il coro divenne caotico e immediatamente categorizzò e suggellò come “fuori di testa” il singolo che aveva preso posizione netta. C’era chi rideva, chi lo ridicolizzava, chi alimentava battute, chi si arrabbiava. Si guardavano fra loro a cercare consenso e conforto.
Il singolo non fece marcia indietro e non arretrò di un solo passo.
Le convinzioni della maggioranza andarono in pezzi come uno specchio che si sgretola. Iniziò a serpeggiare l’ipotesi che il singolo potesse avere ragione.
Non sapendo più come convincerlo della sua insulsa affermazione, la maggioranza trovò la soluzione.


Ne fece un leader.
Qualcuno da seguire che sembrasse maggioranza perché la pilotava e che non desse loro la sensazione di aver fallito.
Era in quel singolo che ogni singolo della maggioranza poteva finalmente specchiarsi.
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