di Sara Valente* – Le aziende sono in difficoltà, i manager confusi. La Generazione Z, ragazzi nati tra la fine degli anni ’90 e il 2010, sembra parlare una lingua incomprensibile per il mondo del lavoro tradizionale.
Ascolta “Come la Generazione Z sta rivoluzionando il futuro del lavoro” su Spreaker.
Etichettati frettolosamente come fragili, pigri o incostanti, questi giovani stanno in realtà portando una rivoluzione silenziosa. Ma per capire questa generazione, e per costruire il futuro del lavoro, abbiamo bisogno di analizzare il contesto in cui sono cresciuti e che impatta sul benessere della persona.


Chi sono davvero?
Sono i primi veri nativi digitali, cresciuti in un mondo dove la distinzione tra online e offline è quasi inesistente. Ma, a differenza delle generazioni precedenti, sono anche cresciuti all’ombra di crisi continue e sovrapposte. Hanno vissuto l‘ansia della crisi economica del 2008 attraverso le preoccupazioni dei loro genitori, sentono la crisi climatica come una minaccia esistenziale quotidiana e, infine, una pandemia globale ha digitalizzato le loro vite e normalizzato un senso di profonda incertezza.
Questa non è una generazione debole, è una generazione iper-esposta: esposta a un flusso infinito di informazioni, a un confronto sociale costante sui social media e a un futuro che appare tutt’altro che stabile.
La loro ansia non è un difetto generazionale, ma una risposta razionale a un mondo percepito come precario.
Se leggiamo i loro comportamenti attraverso questa lente, tutto cambia. Il tanto discusso Quiet quitting, l’atteggiamento di fare solo il minimo indispensabile previsto dal contratto, non è pigrizia. È autodifesa.
Questi ragazzi hanno visto le generazioni precedenti sacrificare la propria salute e la vita privata sull’altare del lavoro, finendo in burnout, spesso per aziende che alla prima difficoltà non hanno esitato a tagliare i rapporti lavorativi. Il Quiet quitting è la costruzione di un confine sano per proteggere la propria salute mentale.
È un modo per dire: Io sono più del mio lavoro.
Allo stesso modo, il Job hopping, la pratica di cambiare spesso impiego, non è incostanza. È una ricerca di senso.
La Generazione Z non cerca solo uno stipendio, cerca un allineamento di valori, una cultura aziendale sana e inclusiva, flessibilità e rispetto.
Sono nomadi di senso.
Cambiano lavoro perché il costo psicologico di rimanere in un ambiente tossico o privo di scopo è molto più alto del rischio di cambiare.
L’azienda non è più una famiglia a cui giurare fedeltà eterna, ma un partner con cui crescere, finché la visione è condivisa. La Great resignation è stata la manifestazione collettiva di questa rinegoziazione del contratto psicologico con il lavoro.


Qual è quindi la risposta da parte delle aziende?
Le aziende che si lamentano della mancanza di impegno dovrebbero prima guardare ai propri modelli organizzativi.
La soluzione non è sistemare i giovani nel mondo del lavoro, ma evolvere.
Significa passare dal controllo alla fiducia, misurando i risultati e non le ore passate alla scrivania, rendendo la flessibilità come norma.
Significa passare dal profitto al proposito, comunicando chiaramente il proprio impatto sul mondo, perché la Generazione Z vuole essere orgogliosa di dove lavora. E significa, infine, trasformare la salute mentale da tabù a priorità strategica, con manager formati all’empatia e supporto psicologico accessibile.
La Generazione Z non è un problema da risolvere, è un’opportunità per costruire ambienti di lavoro funzionali, a vantaggio di tutti.
Tuttavia, questa è una co-costruzione. Se alle aziende è richiesto un cambiamento, anche i giovani devono fare la loro parte: imparare a comunicare i propri bisogni in modo costruttivo, negoziare i compromessi e investire attivamente sulle proprie competenze. Solo attraverso questo impegno reciproco il lavoro potrà evolvere in un vero progetto comune.
La trasformazione è già iniziata: sceglierete di essere spettatori o architetti che co-costruiscono?
*Psicologa e specializzanda in Psicologia della Salute, Università La Sapienza di Roma.
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