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Home Buenvivir

L’insegnante Paola Manzan: “Vi racconto la mia scuola parentale”

A casa, nel bosco, in home-schooling o strutture idonee, l'istruzione parentale è un modo alternativo di perseguire lo stesso obiettivo: l'istruzione dei figli ad opera dei genitori, in alternativa alla scuola pubblica

di Margherita Vetrano
3 Maggio 2025
in Buenvivir
Tempo di Lettura: 6 mins read
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di Margherita Vetrano –  Si parla sempre più spesso di scuola parentale, associabile al diritto/dovere dei genitori nei confronti dei figli, previsto dalla Costituzione. Quella parentale è un tipo d’istruzione che i genitori possono scegliere per i loro figli.

Si può fare in autonomia o affidandosi ad una struttura preposta. Ciò che conta è che chi curerà l’istruzione dei ragazzi sia di un grado superiore a quello d’istruzione richiesto per il figlio.

A casa, nel bosco, home-schooling o in strutture adatte, l’istruzione parentale è un modo alternativo di perseguire lo stesso obiettivo: l’istruzione dei figli ad opera dei “parents” genitori.

La Costituzione non dice come provvedere; le scuole pubbliche, private o parentali sono dei mezzi per assolvere il diritto/dovere. La scelta è lasciata ai genitori.

“Quando ho visto come funzionavano le cose durante il Covid ho avuto un nodo alla gola- confida a B-Hop Paola Manzan dell’Associazione “L’undicesimo passo” di Treviso che si occupa di istruzione parentale: “Ho insegnato nella scuola secondaria di primo grado e il momento è stato difficile. Le mascherine, lavarsi le mani continuamente e i distanziamenti, mi hanno fatta sentire in dovere di pormi delle domande riguardo a come stessero i ragazzi e alle condizioni in cui si trovavano”.

Paola Manzan

Paola dichiara una variegata esperienza nella scuola: vent’anni tra doposcuola e lezioni scolastiche anche private, poi supplenze nella scuola pubblica anche nel periodo Covid. Per sua figlia ha scelto per i primi anni una scuola parentale di pedagogia steineriana.

La sua esperienza le ha fatto desiderare una scuola che andasse incontro ai ragazzi con spirito diverso rispetto a quello diffuso nella scuola pubblica, dove, a suo dire, gli insegnanti sono costretti da linee guida imposte che lasciano poca libertà.

scuola parentale: momenti di studio all’aperto (Foto: courtesy L’11° passo)

“La scuola pubblica è un ambiente un po’ chiuso che impedisce, a chi vorrebbe, di dare ciò in cui crede – sostiene – La mia sensibilità e la mia condizione familiare mi hanno aiutata a capire le esigenze degli alunni”.

Ha iniziato a vedere le cose con respiro più ampio, cercando una soluzione diversa, provando a mettere in piedi qualcosa di più strutturato.

“Spesso i genitori richiedono un’istruzione che permette al ragazzo di essere più compreso e all’insegnante di seguirlo meglio – riferisce -.

Il lavoro però dev’essere strutturato e in un contesto idoneo: aule, lezioni frontali e di gruppo, confronto coi pari e mettersi alla prova, sono i capisaldi imprescindibili”.

Questo modo di procedere, al passo con la scuola pubblica, cede spazio ad un concetto di confronto e  competizione con sé stessi e non con gli altri, per capire se quanto appreso è stato metabolizzato e capito, sia per l’allievo che per l’insegnante.

La scuola parentale riferisce ad un’istituto “di sorveglianza”, o di riferimento, pubblico, ed ogni fine ciclo è necessario superare un esame di “abilitazione” per rapportarsi al programma ministeriale.

L’Istituto comprensivo è quello del Comune di residenza. Ci si può iscrivere e quella che sarà la  scuola di riferimento sul territorio oppure ci si può non iscrivere, dichiarando di frequentare una scuola parentale.

In questo caso si devono comunicare programmi ed esami superati a giugno nelle scuole paritarie.

Per “L’undicesimo passo” l’Istituto di riferimento per gli esami di Scuole Medie e Superiori è ad Isernia mentre per la Scuola Primaria è nel Comune di zona.

“L’esame di fine anno non è solo un ponte abilitante per la Scuola Pubblica ma un allenamento che rende routinarie le prove” riflette.

“Abbiamo una forma pseudo-pubblica: il calendario e i programmi sono gli stessi ma è la modalità a fare la differenza – sostiene -. Il rapporto con ragazzi e genitori è centrale. Devono essere sempre coinvolti e al passo, sapere cosa facciamo e proseguire a casa.

Ciò che va seminato la mattina va consolidato nel pomeriggio a casa.
Si viaggia con due mani, una siamo noi e l’altra sono i genitori”.

Paola è consulente e docente per l’associazione.

Ha una laurea in storia ed una in filologia e lettere. Scrive canzoni ed ama gli animali. Animalista, vegana, ha 8 gatti ed altri che raccoglie durante i periodi di ferie.

Vorrebbe portare la pet-therapy a scuola, che vede come un completamento delle attività che contribuiscono a rendere unica la sua scuola.

“Di recente abbiamo presentato il libro di una scrittrice cinese ‘Il dono di Gigia’ che racconta proprio del rapporto magico fra uomini e gatti”, ricorda entusiasta.

Il coinvolgimento per Paola e i suoi collaboratori è a 360° e la massima attenzione è sempre posta nel rapporto con i genitori, coi quali cerca collaborazione.

“Siamo un’associazione e gli associati sono i genitori pertanto le direttive vanno sempre discusse e mai accettate senza confronto. Ci sono genitori più coinvolti ed altri meno che si affidano totalmente alla scuola.

In quest’ultimo caso, però, si perde un po’ il concetto di scuola parentale”.

Paola sostiene che sentirsi parte di un progetto aiuta il sistema a funzionare meglio anche se meno della metà delle famiglie prende parte in modo attivo alle decisioni e alla gestione della scuola.

Nella sua opinione, i genitori troppo idealisti rischiano di tenere i figli fuori dalla comunità e dalla società. Paradossalmente cercando un’alternativa per farli stare bene, rischiano di estraniarli.

Per i ragazzi che provengono dalla scuola pubblica l’integrazione è facile poiché si adeguano velocemente.

A “L’Undicesimo passo” gli argomenti di lezione sono gli stessi ma è l’orientamento che cambia. “I testi hanno qualche anno in più ma sono rodati. I contenuti sono applicabili ai programmi attuali per tenere i ragazzi al passo con la scuola pubblica – dice Paola-. Abbiamo però una modalità di approccio diversa. Ci si confronta per sviluppare un senso critico che si è un po’ perso. Vogliamo trasmettere la capacità di farsi delle domande”.

Per Paola la scuola parentale è una strada alternativa alla scuola pubblica, per lo stesso obiettivo di istruzione e formazione dei ragazzi. Ecco perché per lei possono coesistere.

E’ raro che un alunno faccia un percorso in scuola parentale per tutto il ciclo scolastico.

“In particolare i ragazzi delle superiori, le cui iscrizioni sono in crescita, arrivano dopo un primo, secondo anno di pubblica e poi si iscrivono da noi – spiega -. C’è chi invece fa un percorso in parentale fino alla scuola media e poi approda alla scuola pubblica. Non c’è una regola ma è importante che ci sia un periodo alternativo, come possibilità, per poter vedere le cose con un’ottica differente. E’ questo il nostro obiettivo, preparare i ragazzi a vivere il mondo in modo più preparato e consapevole”.

La scuola di Paola esiste da 5 anni. La risposta delle famiglie è stata costante ma sono cambiati gli utenti.

Nell’anno scolastico 2020-21, in cui la scuola è stata fondata, si è iscritto chi era critico con le norme governative anti-Covid. Chi sfuggiva alle mascherine e ai distanziamenti e voleva per i figli qualcosa di diverso dalla proposta della scuola pubblica, in termini umani.

Poi le cose sono cambiate. Ridotte le restrizioni sono aumentati gli iscritti passando da 30 a circa 50, distribuiti nelle varie classi dei vari ordini.

Il gruppo iniziale si è disperso ma oggi sono arrivati tanti ragazzi provenienti da famiglie che chiedono per loro una strada alternativa alle difficoltà in ambito pubblico.

Ci sono vari ragazzi con difficoltà di apprendimento che vengono accolti senza “etichette”, per ciò che sono e che possono dare. In questo modo cambiano radicalmente perché riscoprono delle capacità che pensavano di non avere o di non essere in grado di sviluppare.

“Ne abbiamo tutti bisogno ma chi trova l’umanità di un gesto di accoglienza, riesce ad alimentare e scoprire talenti nascosti ed impensati”, conferma Manzan.

L’età più adatta alla scuola parentale per lei è quella della Scuola Primaria dove i ragazzi sono più ricettivi. I ragazzi più bisognosi però reputa essere quelli della Scuola Secondaria di Primo Grado. Periodo in cui hanno un’età in cui iniziano a porsi domande e a rapportarsi al gruppo.

scuola parentale: confronto tra studenti Scuola Secondaria di secondo grado (Foto: courtesy L’11° passo)

Interrogata sui difetti della scuola parentale, sostiene che ce ne sia uno fondamentale nel numero. Rileva rapporti trasversali fra le scuole ma con poca coesione. Per lei il rimedio è l’interazione fra realtà che lavorano nello stesso modo. Pensa che la  collaborazione tra scuole parentali può essere la soluzione vincente.

Condividere realtà e progetti aiuta i ragazzi ad interagire, collaborare e confrontarsi. Uno scambio tra insegnanti e metodi può aiutare la scuola parentale a crescere.

“Il grande pregio della scuola parentale – sostiene- è di poter adeguare l’insegnamento ai ragazzi, tagliando un ‘abito su misura’ per ogni singolo alunno.

L’apertura mentale alle opportunità e alle prospettive per ognuno di loro aiuta i formatori a liberarli da cliché che potrebbero imbrigliarli.

“Viviamo in un mondo talmente veloce, per via della tecnologia e dell’informazione che siamo trascinati globalmente in una direzione univoca. Non possiamo fermare questo processo ma possiamo aiutare i ragazzi a fluire in maniera più consapevole. Bisogna far capire loro come muoversi con un atteggiamento proattivo.

Gli attori migliori della scuola parentale sono i figli ma se lavoriamo su di loro possiamo aiutare anche i genitori a capirli meglio e restituire loro un futuro più roseo.

“Bisogna fornire gli strumenti migliori per affrontare questo mondo“, chiosa.


Questo articolo è stato scritto per la Giornata Nazionale dell’Informazione Costruttiva 2025 

#GNIC2025 


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Margherita Vetrano

Margherita Vetrano

classe ’73, mi formo all’Università dell’Aquila con studi economici e lavoro a Roma dove vivo con il marito e i tre figli. Giornalista pubblicista, scrivo da anni con passione su B-Hop perché non c'è altra bellezza che fare ciò che ci fa stare bene: scrivere notizie positive per raccontare il "mondo migliore".

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