Greenwashing: cos’è e come riconoscerlo?

Alla COP27 in corso in questi giorni a Sharm el Sheikh si parla anche di greenwashing. Ecco i nostri consigli: buone abitudini, consapevolezza ed informazione per difendersi dalla sostenibilità di facciata

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di Eleonora Guaragna – Sono ormai moltissime le aziende che manifestano forme di responsabilità nei confronti del pianeta e dei suoi equilibri. Non sempre, tuttavia, a proclami e promesse corrisponde un effettivo, dimostrabile impegno di risorse ed energie per contrastare le grandi emergenze del nostro tempo.

Esiste, ed è piuttosto diffuso, un neologismo inglese coniato per indicare esattamente questi insidiosi casi di ambientalismo di facciata. Con il termine greenwashing, unione delle parole “green” (verde) e “washing” (“lavare”, “ripulire”), facciamo riferimento a tutte quelle strategie di comunicazione e marketing adottate dalle aziende per cavalcare l’onda green e confezionare un’immagine del proprio brand (o di singoli prodotti e servizi messi sul mercato) amica dell’ambiente, ma ingannevole.

Pennellate di verde a coprire qualcosa che, nei fatti, così verde non è.

Se ciò che l’azienda dichiara non è supportato da dati, prove e certificazioni, se si limita a decantare solo una piccola parte delle attività sorvolando su tutto il (problematico) resto, ecco che scivoliamo nel greenwashing. O nel socialwashing, quando la “patina di sostenibilità” si estende anche all’ambito sociale, ad esempio pubblicizzando un impegno virtuoso dell’azienda nei confronti dei lavoratori o su temi di equità, inclusione e diritti umani.

Sempre più spesso i consumatori oggi preferiscono acquistare prodotti sostenibili,

dando fiducia ad aziende che integrano nella propria mission valori positivi e benefici nei confronti del pianeta e delle persone. Ma non tutti possiedono gli strumenti e le conoscenze necessari per capire quali realtà siano genuinamente impegnate su questi temi e quali, invece, si limitano a strategie pubblicitarie poco trasparenti e promesse non mantenute. Non aiuta il fatto che il mondo della sostenibilità sia ancora oggi, nonostante il crescente impegno delle istituzioni, scarsamente regolamentato.

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Negli ultimi mesi si è parlato spesso di greenwashing nel panorama della moda, e nello specifico del fast fashion, ma si tratta di un’insidia che può toccare ogni settore economico. Se ne sta parlando anche molto in questi giorni durante la COP27 in corso a Sharm el Sheikh.

Quindi, come difendersi?

Alcune accortezze e buone abitudini, se allenate con costanza e intenzionalità, possono venire in aiuto:

Supportare le aziende realmente virtuose e sostenibili. Impegnarsi ad offrire prodotti e servizi realmente rispettosi del pianeta, ed a comunicare in modo trasparente e misurabile questo impegno, ha un costo che può riflettersi sui prezzi finali degli stessi beni. Abituarsi a consumare meno e meglio è una buona pratica che aiuta e sostiene le aziende meritevoli (specialmente quelle di piccole dimensioni, gravate da costi maggiori), incoraggiando il mercato ad orientarsi verso una sostenibilità dimostrabile. E, di conseguenza, verso un cambiamento reale.

Ecco alcuni siti di riferimento per informarsi:
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