di Marianna Mandato – “Mi chiamo Zeno, ho 21 anni e sono cresciuto a Capena, un paesino a nord del Lazio. Di origine sono siciliano.
Ho avuto un’infanzia tendenzialmente relegata al paese, poi c’è stata una spaccatura molto importante nella mia vita: sono stato internato in un ospedale di neuropsichiatria infantile a Roma”.
È Zeno Salimbene, artista sorprendente: ha vinto il primo premio della giuria del recente concorso artistico e collettiva Pluralità e Diversità – Be inclusive organizzati da B-Hop magazine e dalla Galleria d’Arte Multiverso a Roma.
Sarà proprio alla Galleria Multiverso che martedì 14 luglio (via della Lungara 43, ore 20.30), Zeno presenterà il suo singolare romanzo, Vita mi chieda perdono (Edizioni Ensemble), con la media partnership di B-Hop.
Scritto in un reparto di neuropsichiatria infantile, i protagonisti intrecciano visioni folli e desideri sopiti, tarpati e follemente necessari. A disegnare l’urlo disperato e visionario di quei giovani che non riescono a riconoscersi, a sopravvivere o a trovare posto in questa società o nella vita stessa.


Fino all’età di due anni nessuno si accorge che la sua vista non supera uno o due decimi. Il suo mondo è fatto di ombre, di immagini rarefatte, di chiaro e di scuro. Vive in una specie di dimensione onirica costante. Poi, la comprensione del problema e l’avvio di cure volte a risolverlo nei limiti del possibile
Per sette anni e mezzo Zeno porta la benda, prima su un occhio e poi sull’altro a giorni alterni. Quando la toglierà, gli occhiali rimarranno comunque molto spessi, con lenti cromatiche giallastre.
“Io avevo un’astronave in faccia quando ero ragazzo”.
In compenso, possiede un’immaginazione molto fervida, seppur unita ad una serie di quelle che i suoi genitori chiamano manie.
Zeno è un bambino all’apparenza normale, frequenta la scuola, l’oratorio, il paese coi suoi riti e le sue tradizioni. La nonna ara i campi. I suoi genitori sono buoni e severi.
La sua educazione è improntata da subito all’acquisizione della capacità di sapersi gestire in autonomia.
Ma Zeno dorme pochissimo, non riesce a superare le tre ore a notte e non continuative. Quando dorme, ha una vita onirica fervida, “trepidante”, come dice lui, una realtà che si mescola e sovrappone con una marcata surrealtà.


Vive l’infanzia reggendo il carico di una immaginazione che in realtà contiene già in embrione una mente psicotica.
“A un certo punto, a dieci anni più o meno, il sovraccarico di tutti questi segnali che si sono sovrapposti nella mia vita, ha smesso di fare di me un individuo funzionante della società, non ho retto più.
Questi sogni sono diventati visioni, sono diventati allucinazioni, sono diventati sintomi realmente psicotici.
Da lì, l’internamento.
Sono stato sette mesi e mezzo in un ospedale psichiatrico, due anni e mezzo in Comunità. Quindi, tre anni di vita passati fuori dal paese, fuori dalla mia casa, dai miei affetti”.


In quei luoghi non c’è una percezione spazio-temporale canonica. Non c’è alcun rapporto sociale di tipo canonico. Non c’è realtà che possa essere definita “normale”, anzi la norma è quella che esiste lì.
Zeno si ritrova a dover crescere insieme a ragazzi con problematiche che esulano da ogni esperienza comune.
Eppure si abitua.
“Sì, la cosa peggiore è che ti abitui. Ho vissuto per tre anni conscio che sarei potuto andare nell’altra stanza e trovare qualcuno che s’era impiccato. Ed è successo. C’è stata l’abitudine alla morte. L’abitudine alla malattia”.


Non può stabilire relazioni di tipo affettivo, romantico.
“La prima cosa che ti dicono quando entri in ospedale è: ‘qui niente relazioni sessuali, possibilmente niente relazioni romantiche’. Ed è la prima cosa che si infrange sempre. Non perché ci sia un reale desiderio, intendiamoci. Perché c’è un bisogno di compagnia. Non si desidera mai realmente la persona. Si desidera l’altro. Si desidera il contatto con l’altro”.
Lì dentro, qualsiasi relazione affettiva non potrebbe comunque essere sana.


Zeno va avanti, affronta ogni circostanza. Accetta la nuova realtà. Non si tira indietro. Non prova mai a scappare, come da prassi in quei luoghi. Si costruisce. Mantiene una sua coerenza. Dimostra una grandissima forza di volontà, “quello che c’è da fare, si fa”. Passa dall’infanzia all’adolescenza fino ad un inizio di vita adulta, tra i deliri dell’ospedale psichiatrico e la Comunità.
In ospedale ogni momento è durissimo. L’umiliazione, all’ordine del giorno.
“Sette mesi e mezzo di ospedale psichiatrico, in una stanza, anzi, in realtà in un corridoio, sono una tortura, sono peggio del waterboarding”.
Eppure, aggiunge, “nonostante lo stato di estrema sofferenza che provassi, non mi sono mai sentito bistrattato dal destino”.
“Non c’è mai l’ipotesi di una disperazione nella mia testa. Lucidamente capisco che esiste l’ipotesi della disperazione ma poi appena subentra un problema, non riesco a considerarla”.


In Comunità le cose iniziano a cambiare. L’approccio è più umano e la sensazione di potersi riappropriare di sé stessi e del proprio senso di responsabilità sono fondamentali.
“Quando scopri di essere un individuo che davanti alla legge è incapace di intendere e di volere, ti adagi in questa condizione.
Il punto di svolta è stato capire che il senso della responsabilità che mi era stato tolto non era un mio dovere ma un mio diritto.
Volevo essere riconosciuto, se avessi picchiato qualcuno, come un criminale. E se avessi offeso, da maleducato, volevo si riconoscesse”.
Nel 2021 Zeno viene dimesso. Unico rancore è quello verso un preciso meccanismo di vittimizzazione dei pazienti da parte delle istituzioni. Anche se, precisa, “sono convinto che questo percorso mi abbia salvato la vita”.
Inizia a fare politica entrando in una Casa del Popolo. È convinto che le rivoluzioni non debbano essere fatte dagli altri, “dai figli degli altri”, ma occorra impegnarsi sempre in prima persona. Occorra esporsi e combattere.
“La militanza mi aiuta paradossalmente a radicarmi nel terreno della vita reale”.


Tenersi occupato in modo utile sottrae tempo alle visioni. La sua è una militanza pratica, adrenalinica, a volte violenta.
A 17 anni pubblica il suo primo libro, una raccolta di poesie. Impara a suonare la fisarmonica da autodidatta. Si appassiona a molte cose.
“Se non dipingo, non scrivo, non suono, do le craniate al muro. Non è una passione, non è un hobby, non è un talento ma è una assoluta necessità. Ci sono volte in cui sento l’impulso assolutamente fisico di dipingere o di scrivere o di suonare. Se non lo faccio mi viene quasi l’orticaria.
Io ho sempre dipinto per la semplice e pura agonia che provavo non dipingendo.
Per me in realtà non c’è il momento in cui devo creare, è uno stato continuo di creazione in cui ogni tanto vengo interrotto da certi doveri quotidiani”.


È proprio questa la visione dell’Arte in generale di Zeno.
“Il requisito dell’arte è che debba essere necessaria”.
Il suo concetto d’arte è storico, “l’uomo in sé è figlio del suo tempo”.


“Sono suonato dalla storia, sento il tempo, sento il senso del tempo”.
Zeno disegna o dipinge in ogni momento in cui ne sente il bisogno. Su qualsiasi supporto utile, anche cartoncini del supermercato. I suoi dipinti sono immediati, direttamente colore su supporto. Sono ipnotici, catturano inevitabilmente l’osservatore.
I suoi personaggi non conoscono stasi. Sempre melanconici. I colori “sparati”, saturi, soprattutto a causa del suo difetto visivo.
È una fortuna che adesso Zeno conservi i suoi dipinti. Spesso li bruciava. Dipingeva non per esporre ma per liberarsi.
“Credo che se la mia arte debba raccontare qualcosa di me, voglio che sia come la malinconia che mi attanaglia da tutta la vita, dalla mattina alla sera, senza lasciarmi un momento per respirare, nei momenti positivi e nei momenti negativi, nella gioia e nel dolore. Per me la malinconia è questo dionisiaco. Questa folla continua, questa perdita di individualità, perciò poi i volti sono tutti uguali”.
Zeno è un amalgama di tradizioni, pathos, malinconia e movimento. Si trova a suo agio nelle tradizioni del Sud del mondo, in quella che chiama incapacità di disperare in modo silenzioso.
Per il futuro non ha progetti ma grandi desideri.
In primo luogo, interventi pubblici a più strati, spesso in forma di cortometraggi, che sappiano rendere l’imperituro movimento che caratterizza la sua arte.
“Dato che le mie visioni non sono ferme, non sono quadri, non sono neanche scritte ma sono più vicine a delle scene cinematografiche in movimento, questa è la cosa che più si avvicina alla perfezione di quello che ho in testa. Sono versi scritti da me, musica scritta da me per la fisarmonica e suonata da me, spesso accompagnato da altri compagni che suonano, riprese con movimento di soggetti, ma riprese anche con animazioni fatte a mano, quindi disegni e immagini dei quadri”.


Ma se chiediamo a Zeno cosa vuoi fare da grande, lui risponderà “il professore”.
Leggi qui l'intervista integrale a Zeno Salimbene


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