di Patrizia Caiffa – Chi è stato almeno una volta in India lo sa: o la si ama o si detesta. L’India destabilizza, è tanta, è qualcosa di totalmente altro. E’ impossibile spiegarla a parole, afferrarne il senso con la mente o i concetti, nonostante riusciti tentativi letterari illustri, da Pier Paolo Pasolini ad Alberto Moravia a Tiziano Terzani, che sul sub-continente indiano hanno scritto pagine magistrali, seppur con stili e approcci diversi: narrativi, concettuali o giornalistici.
Ascolta “”L’India mi dà ansia”, l’ultimo libro di Erika Mattio” su Spreaker.
Perché l’India è una esperienza da vivere intensamente con il corpo e i sensi, attraversando le sue meraviglie e contraddizioni, lasciandosi andare al flusso e camminando al suo ritmo.
Oltre alle bellezze storiche, architettoniche, naturalistiche, al fascino di riti antichi e religioni, l’India è vita che pulsa. E’ tutta l’umanità immensa e indefinibile nella sua molteplicità e complessità. E’ questo che la maggior parte degli scrittori e viaggiatori raccontano, ed è questo l’esercizio che fa anche Erika Mattio, antropologa, archeologa, giornalista e scrittrice (nonché autrice di B-Hop magazine), nel suo ultimo libro dal titolo provocatorio: “L’India mi dà ansia” (Edizioni Kimerik).


Una narrazione che ha i tratti della ricerca etnografica, del reportage giornalistico e del diario intimo, che si legge con leggerezza e piacere ed invita alla profondità, a guardare e sentire oltre le apparenze.
“L’India mi dava ansia. Ora mi dà ansia non esserci più”.
E’ questo il messaggio di fondo che trasmette ed è questo che sentono i viaggiatori che tornano più e più volte in India e non la lasciano mai veramente, portando per sempre nel cuore e nell’anima una nostalgia inspiegabile, non di un luogo ma di una condizione.
Il libro, precisa l’autrice,
“non vuole spiegare l’India ma restituirne il ritmo”
Così l’ansia diventa un filo conduttore, uno strumento di conoscenza attraverso il corpo e il respiro, come nell’esperienza dello yoga, che l’autrice insegna a Venezia, città d’adozione, anche se le sue origini sono piemontesi.
Molti praticanti di questa antica disciplina si stupiscono e spesso rimangono delusi quando vanno in India per la prima volta, magari per frequentare corsi di Teachers Training a Rishikesh e non trovano la calma e la pace che immaginavano, con l’aggravante di una mercificazione eccessiva a misura di turista.
L’India è caos, disordine, confusione, “troppo rumore, troppo odore, troppa vita”: “Perché l’India non si visita: ti attraversa, ti scompone e ricompone a modo suo”, scrive.
Mattio ha percorso da Nord a Sud un sub-continente di 1 miliardo e 400 milioni di persone (il secondo Paese più popoloso al mondo dopo la Cina) durante una serie di viaggi dal 2017 al 2025 osservando, parlando con persone semplici o intellettuali, facendo interviste, raccogliendo storie. Entrando nelle case dei villaggi rurali, condividendo il cibo, mangiando il thali con le mani, imparando a fare il chapati.


Vivendo l’India e il suo popolo giovane, che oltre all’inglese e all’hindi parla 200 lingue e 1600 dialetti, ed è culla di quattro religioni (induismo, buddismo, sikhismo e jainismo), con la presenza di importanti comunità musulmane e cristiane.
Da Varanasi a Delhi, da Rishikesh ad Agra ad Orchha, da Calcutta a Madurai, da Chennai a Pondicherry, il libro racconta un cammino (spesso in treno) che descrive il paese e gli indiani con uno sguardo etnografico, poetico e personale. Ogni capitolo ed esperienza in ogni singola città o località presenta anche un box narrativo per contestualizzare meglio luoghi e situazioni.


Innumerevoli sono gli insegnamenti e la consapevolezza che l’autrice cattura da persone ed esperienze, appuntando le suggestioni su un taccuino e ampliandole poi nel libro in una forma splendidamente narrativa, che restituisce alla lettera ciò che vede e percepisce, gli odori, i suoni, i sapori, coinvolgendo tutti i cinque sensi in un delirio che a tratti può bloccare il respiro:
“Perché l’India non insegna la calma – dice – ma qualcosa di più profondo: la capacità di stare al mondo anche quando il mondo brucia”.
La pace indiana “non somiglia al silenzio ma all’accettazione della complessità, dei contrasti e dei contrari“. E questo può valere per ogni giorno della vita, anche a casa, soprattutto nei periodi più duri e difficili.


Oltre al fil rouge dell’ansia tornano i temi del corpo, dello yoga e del respiro e tante sono le lezioni apprese, di vita e saggezza. Come il legame stretto tra vita e morte che impregna l’aria della famosa Varanasi (l’antica Benares), tra i cadaveri sulle pire e i devoti che si bagnano nel sacro Gange.
“La vita e la morte, in India, non hanno muri: scorrono una nell’altra come fiumi che si incontrano. Io sono disorientata, ma percepisco che l’aria è carica di vita”.
Altri contrasti stridenti sono tra ricchezza e povertà, tra modernità e mondo arcaico e rurale, tra Nord e Sud, tra una spiritualità e religiosità immaginata astratta che assume invece contorni spettacolari, carnali, magici, folli, catartici, vitali.
Tra i corpi in trance di Madurai, ad esempio, “il dolore, qui, è un linguaggio: un modo per dichiarare la propria fede, per dimostrare la resistenza”. Scene come queste (e non si contano in India) si vivono e comprendono con il corpo mentre la mente è incapace di capire.
Il lettore viaggia con lei, percepisce le stesse emozioni e sensazioni, ne condivide le riflessioni.
E alla fine del percorso concorda con la sua conclusione necessaria:
“La mia ansia, in India, non è mai svanita ma si è trasformata. Non è più paura del caos ma partecipazione al ritmo. Forse la pace non è silenzio: è imparare a respirare dentro il rumore”.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato sulle nostre belle notizie ti invitiamo a seguirci sui nostri social o a iscriverti alla newsletter mensile cliccando qui





















