di Margherita Vetrano – La mostra sul fotografo statunitense “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza” presso il Museo dell’Ara Pacis a Roma chiuderà il 4 ottobre. Nelle giornate di venerdì 25, sabato 26, domenica 27 settembre e venerdì 2, sabato 3, domenica 4 ottobre 2026, effettuerà un’apertura straordinaria serale fino alle ore 22 (ultimo ingresso consentito un’ora prima della chiusura).
Inaugurata il 29 maggio, è dedicata alle forme della bellezza la mostra raccoglie numerose fotografie in bianco e nero e si articola in diversi temi: Collage, Patty Smith, Lisa Lyon, Autoritratti, Ritratti, Statue e nudi.


Nei locali luminosi ed essenziali del museo, la mostra si snoda in un dedalo di immagini che ripercorrono la storia artistica ed evolutiva dell’artista newyorchese.
Una lunga collana di interviste accoglie il visitatore per presentare l’artista controverso, spesso al centro di eventi censurati per le sue immagini esplicite.
Fra queste, la testimonianza di Joree Aldman, direttrice generale della Fondazione Robert Mapplethorpe, esplicitano il pensiero dell’artista e
il suo profondo desiderio di rendere belle le cose che lo circondavano attraverso il suo sguardo.
Nella mostra “Le forme della bellezza” però l’alea di proibito lascia il passo all’estetica e alla raffinata visione dell’artista. Il racconto degli anni ’80 con occhio attento e critico, accompagna il percorso di visita a partire dai primi passi attraverso l’arte del collage.


“C’è una ragione precisa per cui Robert sceglie giovanissimo di occuparsi di collage. E’ il piacere dell’artificio, della messa in scena iconografica volta a dimostrare il ruolo totale dell’arte di comunicare un sentimento intimo. Si tratta di un espressionismo che celebra il soggetto ritratto o la scena rappresentata, abile anche nel trasmettere l’esaltazione dell’attesa […]. Mapplethorpe, unendo immagini d’archivio, ritagli di giornali erotici, disegni, feticci religiosi, indumenti e supporti materici, proietta lo spettatore in un’eccitazione, fisica ed estetica che conquista la terza dimensione, prolungando l’effetto estatico senza soluzione di continuità”, spieganole didascalie delle opere esposte.
Opere che partono da una provocazione che non giunge mai al conflitto e che comunica una reazione emozionale.
La fluidità dell’opera è però espressa a metà: all’osservatore è richiesto di mettere in gioco la propria esperienza per giungere alla comprensione dei suoi significati nascosti.
Come nel Collage, gli spazi dedicati agli autoritratti e alle sue muse, Patty Smith e Lisa Lyon, parlano una lingua universale e diretta.
Dagli autoritratti di giovane perduto alle pose da anziano bohemienne, Robert Mapplethorpe resta fedele a sé stesso raccontando la sua storia. Dagli sguardi acerbi e scarmigliati al volto emaciato e consunto della malattia, il suo occhio attento racconta una storia profonda.
Il suo sguardo, a 37 anni dalla scomparsa, resta unico ed irripetibile perché racchiude il desiderio collettivo di trovare un luogo in cui riappropriarsi senza pregiudizi degli spazi vitali necessari per esprimersi in piena libertà.
Come nella vita non sempre si è mosso per percorsi lineari così la mostra segue un itinerario lasciato alla libera fruizione del pubblico. Ci sono curve, ritorni, assenze, perdite e amori.
“L’artista più di molti altri ha interpretato la libertà di muoversi tra espressione ed erotismo crudo, spesso scontrandosi con la morale pubblica. Ma ha saputo trasporre il fascino segreto della fotografia sui più disparati soggetti, dai fiori alle statue classiche, passando dal sadomaso ai ritratti”, spiega Denis Curti, curatore della mostra, nei video in riproduzione all’ingresso della mostra.
Nessun dubbio sulla correlazione tra il suo stile di vita e la sua arte che parla dei suoi amori e dei suoi riferimenti.
L’obiettivo della mostra è quello di rendere omaggio ad un maestro e di liberarlo dal cliché che reclude la sua rappresentazione ad una pratica puramente provocatoria.
Nella mostra, oltre alle immagini di sculture classiche come quelle del Bernini e Michelangelo c’è anche una sezione inedita dedicata all’Italia e al rapporto di Mapplethorpe col gallerista Lucio Amelio.
Nel cuore della mostra, il video ipnotico interpretato da Lisa Lyon, occupa uno spazio ampio per una sosta chillout.


“Per Robert, tutti devono lasciarsi ipnotizzare dalla molteplicità mutante del femminile di cui Lyon, culturista professionista, viene presentata come capostipite – recita una didascalia – . Da un lato c’è la voglia di apparire di Lisa, al massimo della sua forma neoclassica e dall’altro, c’è la profonda fascinazione di essere in bilico tra bellezza, femminilità, lineamenti aggraziati e muscolarità maschile”.
Diversamente, Patti Smith è l’ancora di salvezza e Mapplethorpe ci restituisce immagini dolci e suadenti, capaci di comporre un’ode indelebile alle mille sfaccettature dell’amata amica. Nelle immagini che la ritraggono sembra quasi che il fotografo dichiari che il suo è l’unico corpo che abbia mai veramente venerato.
Mapplethorpe proietta, attraverso le sue foto, una luce vitale nei soggetti umani e nelle statue.
All’ interno della mostra, due statue classiche ai lati delle fotografie, aggiunte in esclusiva, creano un dialogo diretto tra marmo e immagine. La visione in cui il corpo diventa scultura e la scultura corpo, diventa un equilibrio di forme che attraversa i secoli.
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