di Marianna Mandato – Immaginate di camminare per la casa e inciampare in un ricordo. State lì, con gli occhi fissi e corpo immobile a guardarlo. Ma la vostra anima no. Lei lo guarda e si muove. Avanza, indietreggia, cerca. E come un’onda in alto mare non approda a riva. Non approda in un punto preciso. Continua a muoversi con il suo movimento sinuoso. Si mescola con altra acqua profonda, mossa soltanto in superficie.
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Quest’onda di significato alimenta la mente. Mangiucchia i pensieri. Diviene poesia. Che colpisce qualcosa di indefinito senza che si riesca a capire o sapere cosa.
È proprio così la poesia di Antonella Palermo, nel suo Il giunco e la statua, edito da Vydia Editore d’Arte.
“gli oggetti sono sui letti,
appesi alle sedie
sui braccioli del divano
sui davanzali
e su ogni mensola”
e si inizia a creare quell’atmosfera quasi onirica, quasi dipinta. Un dipinto futuristico fatto di un amalgama di passato e presente, dove gli elementi si confondono ma creano forma reale e viva.
Appaiono dei flash. Li sistemiamo come possiamo in luoghi chiari e oscuri del nostro più profondo Io. Siamo noi oppure no? È successo a noi oppure no?
Sentiamo qualcosa appartenerci. Voliamo leggeri su atmosfere che sanno di tempi antichi e atmosfere che ci scaraventano dal passato al presente. Oggi com’è? Oggi come sarebbe? Ieri era così.
La lettura è sottovoce. Quasi sussurrata da una voce fuori campo che bisbiglia al nostro orecchio come volesse regalarci una riflessione importante.


Cosa ne è stato di quei giorni che affollano mescolati la nostra vita, la nostra casa? Oggetti che appaiono quasi delle inezie creano invece un mondo denso e pieno di significato.
I sensi coinvolti, tutti. Mani che “ruotano a vuoto” mentre una mosca scappa, lasciando “imprecisi e nudi”, e dita che fanno vibrare la pancia suonando un pianoforte “nero, lucente, un’eleganza fuori misura”, destinato a vivere in una casa popolare.


E poi c’è l’odore di prato tagliato in un design ospedaliero e un caldo opprimente che “divenne fiato della terra” mentre le vite “divennero scirocco e vespe”.
La poesia di Antonella Palermo è proprio lì che arriva, nella pancia. Come i suoni di quel pianoforte lucente. Ma va letta, se possibile, col silenzio intorno. Perché a riempire di suoni muti e spessi ci pensa lei.
Il ritmo segue quello dei pensieri e da lento si fa più veloce e incalzante. Poi si blocca e torna ad essere lineare.
Leggiamo e leggiamo ancora.
Mentre ogni poesia scorre e ci lascia frastornati. Non abbiamo capito ma abbiamo capito tutto.
Rileggiamo.
Rileggiamo di nuovo. Impossibile leggere tutto d’un fiato ma è proprio tutto d’un fiato che leggiamo.
Se fosse possibile sistemare le poesie in un museo, quelle della Palermo avrebbero bisogno ciascuna di una stanza. E ogni stanza dovrebbe essere di un colore diverso. Come finestre in tanti momenti di una vita carica di vissuti. Che respirano ancora e vogliono essere accarezzati delicatamente, essere rivissuti ciascuno col proprio perché e col proprio messaggio in regalo.


“Sotto braccio camminammo.
Eri un giunco, eri la Statua di Giacometti (…)
“Domani il museo si farà muto
come muti siamo noi
il bronzo solo che tintinna”
Mentre la poesia di Antonella Palermo certo non lascia muti i nostri pensieri e i nostri sensi.





















