di Daniele Poto – Presentato recentemente alla 83ma Mostra del Cinema di Venezia con un buon successo di critica, Serpenti di Roberto De Paolis Maino è tra i 21 film italiani candidabili all’Oscar come migliore pellicola europea. La concorrenza è notevole ma questo piccolo film underdog, girato senza un grande budget, cerca riscontri nella maliziosa intelligenza dello spettatore.
Un elettricista (Leonardo Lidi) ha ucciso la moglie. Non si sa perché né come (lei non si vede mai), non ci sono testimoni e dunque l’autodenuncia è totalmente affidata alla mente confusa dell’uomo. Potrebbe anche essere un sogno o un’allucinazione ma il film non svolta verso dietro il possibile equivoco di fondo. È tutto terribilmente prosaico, banale e realistico. Ma di una rappresentazione del reale così immediata da apparire iperrealista.
Il femminicida si reca in un disadorno commissariato di polizia e tenta invano di accusarsi. C’è sempre un rinvio, un’attesa, un ritardo. Il motivo sarà spiegato più tardi dalla cartomante Valeria Golino: l’autorità pubblica non ha alcun merito se un omicida si autodenuncia e si costituisce. Quasi considerasse un reato minore l’uccisione di un essere umano. Ben altro impegno viene prodigato se c’è una ricerca, un’inchiesta, un’investigazione, un inseguimento.


Così lo zelo maggiore esercitato dal poliziotto davanti a cui compare l’omicida è distinguere le chiavi dell’appartamento in cui è stato commesso il delitto “per non far perdere tempo ai colleghi”. Lo si esprime alla Flaiano: “La situazione è disperata ma non seria”. La formalità sopravanza il contenuto.
Tutto si perde nei rivoli di una burocrazia disperante e disarmante, in cui l’uomo si smarrisce, senza trovare recipiente e dialogo su cui riversare i propri sensi di colpa.
Anche il colloquio con l’avvocato d’ufficio alias Pietro Castellitto, porta a una situazione senza sbocchi. Il legale inventa una narrazione che non gli si confà. L’avvelenamento gli sembra una buona pista per denunciare un eventuale suicidio, scagionando il proprio cliente da un totale addebito.
Sconfortato, dopo che tutti gli interlocutori hanno messo a dura prova la sua pazienza, il colpevole, non riconosciuto come tale, vaga per la città pensando (come gli ha suggerito la cartomante) che solo un ulteriore delitto potrebbe spingere l’autorità a interessarsi di lui.


Ma non fa in tempo a mettere in pratica il proposito perché, carico di nervosismo, finirà finalmente in carcere (ma come e perché non ve lo diciamo).
Senza pretese di documentare verità universali, il film è un apologo sulla mala giustizia e sullo scarso ascolto che abbiamo dagli altri, anche quando commettiamo un delitto. Si avverte la vena mordace dei fratelli D’Innocenzo, gli sceneggiatori, il gusto per la dissacrazione.
Leonardo Lidi, attore e regista di teatro, è alla prima vera prova da attore principale ma è certo che il film si appoggia anche a Borghi e Golino, gli interlocutori principali dell’omicida.
Un lampo di cronaca nera visto dal buco della serratura. Impietosamente. Oltre che un film sui sensi di colpa, la pellicola tocca i gangli dei rapporti di potere e dell’indifferenza, avvolgendo la vicenda in un andamento kafkiano che strappa sorrisi ma anche riflessioni profonde.
Lo stesso attuale mood del femminicidio viene quasi ribaltato per la simpatia istintiva che ci accomuna all’omicida pentito che non riesce a rendere manifesto il proprio operato, ingoiato dalla routine della quotidianità.
Naturalmente l’andatura e il ritmo del plot sono tipicamente italiani, smussando l’adrenalina dei concorrenti americani. La fine è nota per quanto riguarda la selezione per gli Oscar, ma l’ambizione in gioco non era comunque questa.
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