di Erika Mattio – “La Biennale non è mai stata soltanto una mostra d’arte. È una mappa politica del mondo”. La Biennale di Venezia 2026, intitolata In Minor Keys, si apre in una delle edizioni più delicate e simboliche della sua storia recente.
La curatrice camerunense-svizzera Koyo Kouoh, prima donna africana chiamata a dirigere la manifestazione, è scomparsa prematuramente nel 2025, pochi mesi prima dell’inaugurazione. Eppure la Biennale ha deciso di mantenere intatto il suo progetto curatoriale, rispettando le sue volontà e trasformando questa edizione in una sorta di omaggio collettivo alla sua visione artistica.
Partiamo, allora, alla scoperta dei padiglioni imperdibili e delle mostre gratuite della Biennale di Venezia 2026: l’estate, con pochi turisti e il ritmo più lento, è il periodo perfetto per visitare padiglioni e palazzi.
La Biennale che ascolta le frequenze del mondo
La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte è aperta dal 9 maggio al 22 novembre 2026 tra Giardini, Arsenale e numerosi luoghi sparsi per Venezia, come Palazzo Mora e Palazzo Bembo presso l’European Cultural Centre. Il bello di questa edizione è proprio la sua diffusione urbana: molti padiglioni gratuiti si trovano fuori dai percorsi principali e diventano un’occasione per attraversare calli, fondamenta e palazzi meno battuti della città.
Venezia smette di essere soltanto scenografia e torna a essere attraversamento.
In Minor Keys invita ad ascoltare “le frequenze minori del mondo”: memorie dimenticate, fragilità umane, migrazioni, colonialismi, guerre e trasformazioni climatiche. È una Biennale più introspettiva, quasi meditativa, ma anche profondamente politica. Tra i padiglioni diffusi in città spiccano quelli di Azerbaijan, Cuba e Bahamas, esempi di come la Biennale trasformi Venezia in una geografia artistica disseminata fra sestieri, fondamenta e palazzi storici.
Quest’anno, inoltre, Qatar, Guinea Equatoriale ed El Salvador partecipano per la prima volta con progetti che raccontano nuove centralità culturali e geopolitiche, portando alla Biennale voci che fino a pochi anni fa restavano ai margini della scena internazionale.
Arsenale e Giardini: la storia della Biennale dentro Venezia
Per capire davvero la Biennale bisogna partire dai suoi luoghi simbolici. I Giardini della Biennale ospitano i padiglioni permanenti delle grandi nazioni storiche: una sorta di atlante geopolitico dell’arte nato tra fine Ottocento e Novecento. Ogni edificio riflette l’identità culturale del Paese che rappresenta, dal razionalismo nordico ai richiami imperiali di alcune architetture storiche.
L’Arsenale di Venezia, antico cuore industriale della Serenissima, rappresenta invece la dimensione più immersiva e contemporanea della Biennale. Qui le enormi tese in mattoni accolgono installazioni monumentali, video-arte, suoni e performance che trasformano il visitatore in parte dell’opera.


Passeggiare tra Arsenale e Giardini significa attraversare più di un secolo di storia culturale mondiale: colonialismo, guerre fredde, globalizzazione e nuove identità emergenti. Accanto ai grandi padiglioni dei Giardini e dell’Arsenale, la Biennale di Venezia 2026 vive anche nei suoi spazi diffusi in città. Molti Paesi, infatti, non possiedono un padiglione permanente e partecipano attraverso mostre temporanee ospitate in palazzi, ex magazzini e sedi indipendenti sparse per Venezia. Nascono così i padiglioni gratuiti esterni, che trasformano la visita in una passeggiata artistica fra calli e fondamenta meno turistiche.
Seguire questi padiglioni significa attraversare Venezia in modo diverso: entrare in palazzi nascosti, percorrere fondamenta silenziose e lasciarsi guidare dall’arte fuori dai percorsi tradizionali della città.
Dall’Italia al Medio Oriente: comunità, artigianato e incontro
All’Arsenale, il Padiglione Italia propone una riflessione sulla trasformazione della materia e sul rapporto fra esseri umani e ambiente. Con Diario Vegetale, Chiara Camoni costruisce un ecosistema di sculture, materiali naturali e oggetti recuperati che dialogano con le opere di Fausto Melotti e Marisa Merz, le performance di Annamaria Ajmone e il contributo cinematografico di Alice Rohrwacher. Più che una mostra, il padiglione appare come uno spazio dedicato alla memoria, alla cura e alla possibilità di immaginare nuove relazioni con il mondo che ci circonda.
Poco distante, il debutto del Padiglione Marocco all’Arsenale porta il visitatore dentro Asǝṭṭa di Amina Agueznay. Il progetto ruota attorno al concetto di soglia, luogo simbolico di passaggio e incontro fra dimensioni diverse. Fibre naturali, tessuti e lavorazioni artigianali costruiscono un ambiente immersivo che valorizza il sapere delle comunità marocchine e lo proietta nel presente.


Il dialogo continua nel Padiglione Qatar, una delle novità più attese di questa edizione. Con Untitled 2026 (a gathering of remarkable people), Rirkrit Tiravanija trasforma lo spazio espositivo in un luogo di incontro aperto a performance, conversazioni, installazioni sonore e momenti conviviali. Accanto alle opere di artisti provenienti da diversi paesi del Medio Oriente, il padiglione assume la forma di una piazza temporanea in cui l’arte diventa occasione di scambio culturale.
Il viaggio geopolitico ai Giardini della Biennale: arte, corpi e memoria
Ai Giardini, il Padiglione Russia è inevitabilmente attraversato dalla geopolitica. Il progetto The tree is rooted in the sky nasce dal lavoro collettivo di giovani musicisti, filosofi e poeti e riflette sul rapporto fra centro e periferia culturale. L’artista Tatiana Khalbaeva costruisce una grande scultura sonora utilizzando registrazioni raccolte in Buriazia: voci, paesaggi e memorie che raccontano territori spesso dimenticati. Il padiglione è chiuso, ma attraverso le finestre si possono ammirare le opere degli artisti: un simbolo fra protesta e partecipazione.
Pochi passi più avanti, il Padiglione Giappone cambia completamente ritmo. L’artista queer giapponese-americano Ei Arakawa-Nash presenta Grass Babies, Moon Babies, un progetto nato anche dalla sua esperienza di genitorialità. Qui la partecipazione del pubblico diventa centrale: il padiglione vive grazie alla relazione, alla cura e ai piccoli gesti condivisi.
Il più radicale resta però il Padiglione Austria. Con Seaworld Venice, Florentina Holzinger trasforma il corpo in un campo di battaglia politico. Performer nude, acqua, sangue, moto ondoso e strutture rotanti costruiscono un ecosistema fragile e disturbante che riflette le tensioni del presente e la vulnerabilità stessa di Venezia.
Fuori Biennale: un viaggio gratuito nei palazzi storici
Fuori dalla Biennale ufficiale è possibile visitare gratuitamente palazzi storici che ospitano mostre e artisti, in concomitanza con la Biennale d’Arte di Venezia: come European Cultural Center, che si compone di Palazzo Mora (lungo Strada Nuova, nel sestiere di Cannaregio) e Palazzo Bembo (nel sestiere di San Marco, vicino al ponte di Rialto).
A Palazzo Mora, il Padiglione El Salvador presenta Cartografie degli Sradicati dell’artista J. Oscar Molina: un percorso di installazioni e sculture che racconta migrazione, perdita e identità ricostruite. Le sue opere accompagnano gli spettatori sino alla grande scalinata che porta ai piani alti.


Proprio qui, appare il grido di Padiglione Gaza, inaugurato fra canti di libertà, poesia e musica con gli artisti Fariz Fai dal Saleh e Jean Alfarra, accompagnati dai musicisti Sara Michieletto e Luca Francioso. Sulle pareti, cento pannelli ricamati da donne palestinesi della diaspora raccontano il genocidio attraverso il tatreez, il ricamo tradizionale palestinese. Ogni filo rallenta l’immagine, ogni punto costringe a fermarsi davanti al dolore. Le immagini della guerra scorrono veloci sui telefoni e rischiano di diventare normalità. Il ricamo invece obbliga il tempo a rallentare.
E forse è proprio questo che resta della Biennale di Venezia 2026: la sensazione che l’arte, da sola, non possa salvare il mondo, ma possa ancora impedirci di dimenticare.
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