di Vincenzo Sorrentino – Nella musica, nella pittura e, in generale, in tutte le discipline artistiche ci sono tantissimi esempi di artisti che hanno vissuto e lavorato in simbiosi con una località da loro considerata “il luogo dell’anima”.
Non sempre si tratta del paese natio, ma in ogni caso si tratta di una località con cui, per vari motivi, si è costruita una forte relazione “emotiva”, anche “sentimentale” e perciò diventa fonte di ispirazione artistica.
Questo tipo di relazione si è instaurata anche tra Antonio Panzuto, artista che vive a Padova, ed i paesi di Laurito e Rofrano, due piccoli borghi della zona dell’alto Mingardo nel Cilento in provincia di Salerno, di cui erano originari i suoi genitori e dove egli trascorre, fin dalla più tenera età, diversi periodi dell’anno.
Antonio Panzuto è una figura singolare nel panorama artistico italiano, che non è facile ricondurre alle classificazioni tradizionali. Come si legge nel suo sito “è pittore, scultore, scenografo, performer e regista: un poeta della scena che si muove in bilico tra un percorso estetico e un alto artigianato di scena”.
E’ nato a Padova nel 1957 e si è laureato in Architettura a Venezia con specializzazione in Scenografia, a testimonianza di una predisposizione non per la progettazione architettonica tradizionale ma per il mondo del teatro e dell’arte in generale.
Ha coltivato queste passioni anche nel percorso di studi e di vita successivo alla laurea che lo ha portato a frequentare a Parigi l’Ecole Nationale de Cirque diretta da Annie Fratellini per poi lavorare come giocoliere nello stesso circo: “un circo senza animali” ci tiene a precisare – vincendo nel 1988 il prestigioso premio internazionale Grimaldi.
L’esperienza circense è stata solo una breve parentesi in quanto i suoi interessi si sono presto indirizzati verso pittura, scultura e teatro, sia come scenografo che come autore-regista.
Come scenografo ha curato tantissimi lavori dei principali teatri stabili in Italia ed ha collaborato con importanti registi ed autori tra cui Valerio Binasco, Marco Paolini, Paolo Valerio e altri, lavorando in tutta Italia ed anche all’estero.
Come autore e regista ha, invece, realizzato numerose installazioni, performance e spettacoli, mettendo in scena non attori in carne ed ossa bensì manichini e macchine mobili da lui stesso costruite e manovrate in scena con fili a vista o spinte a mano.


Si tratta di macchine costruite con materiali ispirati all’arte povera: un pezzo di legno, uno scarto di ferro e altro che Antonio assembla nel suo laboratorio di Padova in cui ospita anche le rappresentazioni.
Nello stesso laboratorio realizza anche fondali e pitture di grandi dimensioni che sono spesso collegati e funzionali ai suoi progetti teatrali.
Ed è in questi lavori che meglio si coglie il profondo rapporto col territorio cilentano che diventa, in maniera quasi inconsapevole, il riferimento per le scenografie e, questa volta come consapevole soluzione artistica, la “voce” dei personaggi in scena.
In molti suoi lavori, infatti, la voce dei manichini è data da contadini, operai, gente comune del piccolo borgo di Laurito, registrata e riprodotta in scena.
L’effetto finale è molto suggestivo e, come egli conferma, “viene apprezzato anche dal pubblico del nord Italia che ha meno dimestichezza con le cadenze meridionali”.
Questa soluzione è stata adottata in molti spettacoli scritti e curati da lui assieme all’amico e regista di sempre, Alessandro Tognon, quali, ad esempio, “la Tempesta” di Shakespeare e “l’Iliade” di Omero, in cui le voci, rispettivamente, di Prospero e del Narratore sono di due abitanti di Laurito. In “Chi sei tu? Vangelo dell’asino Paziente”, una originale ricostruzione della vita di Gesù raccontata dall’Asino, con cui ha vinto nel 2016 il premio “i Teatri del Sacro” di Lucca, ha usato le voci di oltre una decina di persone del paese, bambini, anziani, uomini e donne, che si susseguono nella narrazione evangelica mentre Antonio Panzuto fa muovere sulla scena i numerosi personaggi da lui costruiti.


Questa modalità è stata adottata, più recentemente, anche per l’installazione intitolata “Qui da noi il tempo non c’è” che riproduce in uno spazio esterno, un uliveto con una ventina di alberi che configurano delle “stazioni” in cui è possibile ascoltare dei pensieri sul tema del tempo che passa e del mistero di cosa c’è dopo la morte, stimolati da “flussi di coscienza” costruiti intrecciando testi di canzoni rock, estratti letterari, poesie e testi originali scritti da lui e da Alessandro Tognon.
L’ambiente dell’uliveto rimanda immediatamente al paese di Laurito, che rafforza la sua presenza con le voci in scena che sono tutte di abitanti del posto.


L’ascolto in solitaria, soprattutto se tramite cuffie, crea un atmosfera molto intima e suggestiva che invita all‘introspezione.
“Quando sottopongo un testo ad una persona – dice a B-Hop Antonio Panzuto – non voglio che si sforzi di interpretarlo ma gli chiedo solo di leggerlo normalmente, lo registro e metto in scena anche se ci sono incertezze o piccoli errori che danno maggiormente il senso di autenticità”.
“Laurito è la mia Macondo, un posto magico in cui mi sento coccolato e protetto dalle mie radici. Un paese in cui conosci tutti e con tutti riesci a costruire e mantenere rapporti sereni ed autentici”
Un ambiente ed un contesto che, in un mondo sempre più caotico e complesso, dovremmo salvaguardare e rivalutare.


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