Rifugiati: il viaggio drammatico ed eroico di Alì, a 8 anni dall’Afghanistan all’Italia

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(di Patrizia Caiffa) – Alì Ehsani, rifugiato afghano, ora ha 28 anni ed è libero di volare come gli uccelli. Ma prima ha dovuto passare vicissitudini drammatiche. A soli 8 anni una bomba ha distrutto la sua casa a Kabul e Alì ha perso entrambi i genitori.

Non avendo possibilità di futuro nel suo Paese, anche perché appartenenti alla minoranza turkmena, di religione cristiana, il fratello Mohammed raccoglie un po’ di soldi e fugge con lui verso il Pakistan, in un viaggio duro e travagliatissimo che durerà 5 anni, sempre affidandosi ai trafficanti.

Dopo il Pakistan l’Iran, poi la Turchia, infine la Grecia e l’Italia. Ma solo per Alì. Il fratello muore durante la traversata dalla Turchia alla Grecia nel mar Egeo. Il racconto del viaggio del bambino Alì, che non smette di giocare a pallone e con gli aquiloni ma impara dalla vita le più importanti lezioni, è racchiuso nel suo libro “Stanotte guardiamo le stelle” (Feltrinelli). Il grande tema che attraversa il libro, scritto insieme a Francesco Casolo, è la solitudine assoluta provata da Alì bambino, dopo aver perso tutti i suoi cari.

Un romanzo di formazione fondato sull’archetipo dell’eroe che incontra ostacoli drammatici e li supera, costretto a diventare adulto suo malgrado, ma uscendo vittorioso dall’esperienza con una nuova comprensione della vita e di se stesso. Dal 2003 è in Italia: oggi ha una laurea in giurisprudenza, insegna in una scuola, ad ottobre inizierà il dottorato. E’ andato a raccontare la sua esperienza anche alla Commissione e al Parlamento europeo, oltre che nelle scuole e nelle presentazioni. In autunno uscirà il suo secondo libro.

Alì Ehsani. Oggi ha 28 anni e una laurea in giurisprudenza.

Il viaggio dall’Afghanistan è iniziato dopo la morte dei tuoi genitori. Per un bambino di 8 anni che non voleva accettare la dura realtà inizialmente era anche un’avventura con tuo fratello, il tuo “eroe”: “Siamo liberi come uccelli e possiamo andare ovunque”, ti diceva Mohammed. Poi cosa è successo?
La maggior parte chiama i migranti disperati, io invece li chiamerei pieni di speranza. Nessuno lascia casa sua per piacere. C’è sempre un motivo. L’Afghanistan è un Paese molto ricco di petrolio, gas, risorse, ecco perché c’è sempre la guerra. Mio fratello allora aveva 17 anni e appena sono morti i miei genitori mi ha detto: “Andiamo via”. Vivere senza genitori in Afghanistan era difficile, non avevamo più una casa. Non è stato facile. La notte camminavamo e di giorno dormivano. Durante il sonno mi legava con un filo alla sua mano perché aveva paura mi rapissero. Siamo partiti nascondendoci sul tetto di un furgone tra le valigie e mio fratello mi legava ai bagagli. Gli dicevo: “Perché mi leghi, allora non è vero che siamo liberi come gli uccelli”. Lui mi dava sempre coraggio. Voleva che studiassi. Quando non riuscivo a camminare mi portava sulle spalle.

Cosa hai messo nello zaino prima di partire?
Mio fratello mi ha detto di non portare tante cose per essere leggeri. Ho frugato tra le macerie di casa e ho messo solo due magliette. Volevo portare anche un pallone e i libri ma Mohammed mi diceva: “Non possiamo”. Bisogna apprezzare le cose che abbiamo, prima di perderle. Anche quando ero felice pensavo che è brutto non avere nessuno con cui condividere la felicità. Quando mi sono laureato il giorno prima piangevo, perché non avevo nessuno con cui condividere quella gioia. Bisogna capire l’importanza di ciò che abbiamo. Da piccolo facevo i capricci e non volevo mangiare o andare a scuola. Ho capito l’importanza dei miei genitori troppo tardi. Dobbiamo cogliere l’importanza dell’amicizia, dire alle persone “Ti voglio bene”.

A Kabul la vita da soli non sarebbe stata possibile anche perché voi appartenete ad una minoranza, i turkmeni, e i tuoi erano cristiani.
Da piccolo a scuola i miei amici mi chiedevano perché mio padre non andava in moschea. Lui mi diceva: “perché noi siamo cristiani”. E io gli chiedevo: “Che fanno i cristiani?” Però mi raccomandava di non dirlo a nessuno. Un giorno hanno portato in carcere mio padre per una settimana e lo hanno torturato, pensai perché era cristiano. Lui aveva paura che ci scoprissero perché eravamo perseguitati. A Kandahar i talebani obbligavano tutti ad andare in moschea. Ho visto la scena di un indù picchiato duramente solo perché non andava in moschea.

Tuo padre ti raccontava di un Afghanistan felice prima dei talebani e della guerra.
Sì. Quando non c’era la guerra andavamo sul terrazzo di casa a guardare le stelle e mio padre raccontava che una volta a Kabul non c’era la guerra, c’erano tanti divertimenti, il cinema. Ora l’Afghanistan è così instabile perché ci sono troppi interessi economici, che sono la causa di tutte le guerre. La comunità internazionale non deve portare armi ma i libri. In Afghanistan le persone non avevano cibo ma tutti possedevano le armi vendute dagli statunitensi.

“Alì studia”, ti diceva tuo padre. Questo suo monito ha fatto la differenza?
Tantissimo. Mio padre non sapeva né leggere né scrivere ma voleva che io studiassi. L’unica cosa che non distrugge nessuno e che rimane è la cultura. Io sono qui grazie a una serie di incontri: grazie a mio fratello che è stato per me padre, madre e fratello; grazie ad una famiglia turca e tutte le persone in Italia che mi hanno aiutato a studiare. Lo studio mi ha fatto crescere sia a livello culturale sia umano.

I migranti senza documenti che cercano di entrare in un altro Paese spesso vengono trattati come criminali. Accade anche ad Alì e Mohammed. Uno dei momenti più duri del viaggio è la detenzione nel famigerato centro di Zaedan in Iran. All’ingresso c’è la scritta: “Qui non esiste Dio”.
La polizia ci ha arrestato e lì ho capito cos’è un campo di concentramento. Per fortuna siamo stati solo una settimana. Eravamo 1500 persone con una sola fontanella. Era impossibile avvicinarsi a causa della folla; allora mio fratello raccoglieva l’acqua sporca che scorreva in terra, la filtrava con la sua maglietta e mi faceva bere. Di notte distribuivano un pane a testa, lui dava a me la sua metà. Lo vedevo piangere di nascosto ma continuava a dirmi: andrà tutto bene. I poliziotti picchiavano con la catene. Un ragazzo che aveva provato a fuggire è stato picchiato e crocifisso su un grande pneumatico che facevano rotolare. Ma perché? Che razza di uomini siamo?

In Turchia improvvisamente il fratello Mohammed decide di partire con due amici verso la Grecia con un canotto acquistato al centro commerciale. Ti promette che presto lo raggiungerai in Europa. In una settimana ti insegna a cucinare, cucire, rassettare, per renderti autonomo. Invece purtroppo…
Un giorno purtroppo ha deciso di partire da solo: io dicevo: “Perché da solo?”. E mi ricordava: non devi rubare, non devi litigare, non devi giocare a pallone perché nessuno ti può curare. Questi sono gli insegnamenti che mi ha lasciato. Lui non aveva tanti soldi ha comprato un gommone poco costoso con due amici, dopo la sua partenza io aspettavo una sua telefonata. Avevo 11 anni quando l’ho abbracciato per l’ultima volta. Non rispondeva più al telefono. Ero solo, non sapevo che fare. Sono andato al centro commerciale dove lavorava, avevo paura di ricevere una brutta notizia. I parenti dei suoi amici quando mi hanno visto sono scoppiati a piangere. Mi sono sentito peggio di un cane abbandonato, non avevo nessuno. La famiglia turca dove lavorava mio fratello mi ha portato nel suo negozio. Alle 7 di sera mi chiudeva in un sgabuzzino per nascondermi, la prima notte era pieno di topi mi sono spaventato. Il capofamiglia ha lasciato il suo portafogli pieno di soldi per mettermi alla prova. Lui si è fidato mi ha portato a casa sua e accolto come un figlio. Ma io senza documenti non potevo andare a scuola.

A quel punto prendi anche tu la decisione di partire per la Grecia. Anche perché in Turchia e molti altri Paesi non si può ottenere lo status di rifugiato né andare a scuola o lavorare. Parti di notte affidandoti ai trafficanti. Il mare è nero, dopo un po’ nella barca comincia ad entrare acqua. Ma tu non sapevi nuotare.
Eravamo 14 persone, vicino a Lesbo è cominciata ad entrare l’acqua, io ero l’unico che non sapeva nuotare. Per fortuna c’era una tanica di benzina, l’ho messa sotto la pancia, con il braccio cercavo di spostarmi. Ero disperato, stanco…Ho pensato: se Gesù esiste mi salverà…Per un minuto mi sono addormentato, ho sognato il volto di Gesù pieno di sangue con un ombrello giallo, mi diceva: “Ti proteggo io”. Quando ho aperto gli occhi avevo raggiunto l’isola di Lesbo. Da allora mi sono detto: non posso mollare, bisogna essere come un leone affamato, non arrendersi mai. Dopo la polizia ci ha portato in un centro chiuso a Lesbo, per tre mesi non siamo potuti uscire. Ma il mio obiettivo era studiare. Così sono andato a Patrasso.

Da Patrasso all’Italia l’altra rischiosa avventura: aggrappato sotto i motori di un Tir…
C’erano camion che salivano sulla nave per l’Italia, mi sono aggrappato sotto il camion e sono rimasto appeso lì per 15 ore. Non sentivo più né mani né piedi. Ad Ancona ho visto per la prima volta l’Italia capovolta ma ho sentito un cagnolino che abbaiava e l’autista si è accorto di me. Mi hanno tirato fuori e rimandato a Patrasso. Sul traghetto mi hanno chiuso in una stanza freddissima. C’era un aspirapolvere, ho fatto un cerchio con il filo elettrico per non sentire il freddo del pavimento e mi ci sono accucciato sopra. Dopo una settimana ho fatto il secondo tentativo: sono stato 24 ore sotto un camion diretto a Venezia. Appena sbarcato ha iniziato a prendere velocità sull’autostrada, io urlavo, anche in quel momento volevo mollare. Ho resistito mezz’ora. Per fortuna il Tir si è fermato ad un semaforo. Ho strillato, una ragazza mi ha sentito e mi hanno portato in ospedale. Non scorderò mai quei momenti: gli infermieri mi pulivano il viso; un signore mi si è avvicinato e mi ha regalato 50 euro.

In Italia hai finalmente potuto fare richiesta d’asilo. La polizia ti ha detto di andare a Roma, dove per la prima volta ti sei sentito povero tra ricchi, ma anche lì non è stato facile.
Anche a Roma la mia vita è stata piena di sofferenza. Per un po’ ho dormito sotto un ponte a Ostiense. Sopravvivere fisicamente è facile ma moralmente è difficile. Nel centro di accoglienza ho iniziato subito a studiare perché era il mio obiettivo. Dicevo ai professori che avevo paura di diventare barbone. Poi ho fatto consegne di pizza. Anche quella è stata una esperienza. Quando suonavo alle case popolari mi dicevano: “entra e mangia con noi”. Dai ricchi invece mi facevano aspettare e poi mi chiedevano il resto di 10 centesimi. La differenza è tra chi ha sofferto e chi non ha sofferto. Bisogna mettersi sempre nei panni degli altri. Questo ho imparato nella mia vita.

In autunno uscirà il tuo secondo libro in cui parlerai anche di ciò che ti è successo a Roma. Eri ospite dei centri di accoglienza durante “Mafia Capitale”. Cosa ti è successo e cosa svelerai?
In quel periodo studiavo giorno e notte. Mi veniva mal di testa e volevo abbandonare ma grazie alla volontà e a tanto sacrificio il primo anno delle superiori ho vinto una borsa di studio, ero commosso. Al centro mi hanno fatto firmare il foglio ma non ho ricevuto la borsa. Ho scoperto che ovunque ci sono persone che lucrano sugli altri, anche nei Paesi più civili. Dietro i poveri c’è sempre qualcuno che ruba. Ma che umanità hanno?

Cos’è ora per te la libertà?
Per me la libertà è una cosa bellissima. In Iran, Turchia, Pakistan avevo paura della polizia quindi anche in Italia quando sentivo le sirene delle ambulanze ero terrorizzato. Invece mi dicevo: tranquillo, questa è la libertà. La nostra Costituzione tutela le libertà e dà diritti e doveri. Abbiamo la libertà di muoverci, di parlare, di esprimerci. Queste libertà possiamo portarle anche in altri Paesi del mondo.

Ora cosa sogni di fare?
Mesi fa ho fatto una ricerca su Piazza Vittorio, poi ho partecipato al bando della Regione Lazio “Torno subito” con un progetto per migliorare la nostra città. A luglio farò il dottorato. Una persona diventa migliore anche grazie agli insegnanti. Oggi vorrei prendermi cura degli altri, sicuramente ce la farò. La settimana scorsa alla stazione Tiburtina ho visto un ragazzo nero alla biglietteria, non aveva abbastanza soldi. Anch’io ero come lui quando a Venezia un signore mi ha regalato 50 euro. Allora ho pagato io il resto, 40 euro. Non sono ricco però ho condiviso. Non dobbiamo fare distinzioni tra razze e lingue, apparteniamo tutti ad una stessa famiglia umana.

Quale messaggio vuoi dare?
Che nella vita bisogna essere forti e risollevarsi sempre dalle cadute. Ricordarsi che anche dopo il tunnel più scuro, pieno di solitudine, viene il bene. Una persona forte sa come mantenere in ordine la sua vita anche durante le difficoltà.

 

Patrizia Caiffa

Patrizia Caiffa

Giornalista professionista, scrittrice, sempre in viaggio nei vari Sud del mondo e curiosa di nuove avventure, dentro e fuori di me. Io b-hop perché amo cantare con le parole per esprimere bellezza e dare voce contro le ingiustizie che coinvolgono popoli e migranti.
Patrizia Caiffa
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