In Toscana il rugby non ha barriere e integra bambini e ragazzi con disabilità

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In Toscana, a Sieci (comune di Pontassieve, provincia di Firenze), c’è un posto dove bambini con disabilità giocano a rugby insieme a tutti gli altri. Si tratta del progetto “Aggiungi un posto in campo”,  grazie ad un protocollo d’intesa siglato due anni fa tra la Società di Mutuo Soccorso Croce Azzurra, l’Associazione Sportiva Dilettantistica Polisportiva di Sieci e Uno per tutti Onlus. Lo scopo è promuovere socializzazione, integrazione ed inclusione delle persone, con particolare riferimento a quelle con disabilità.  L’obiettivo raggiunto l’anno scorso è stato quello di far giocare a rugby  7 bambini e ragazzi con disabilità (dai 7 ai 16 anni).

L’idea è di ripetere nello sport quello che già si fa nelle scuole: non classi separate ma gruppi integrati. E’ stata così costituita un’equipe multidisciplinare formata da volontari allenatori, educatori professionali in campo, uno psicologo che si occupa di formazione e di supervisione dell’equipe ed infine un gruppo di ascolto dei genitori per comprendere le esigenze dei bambini. 

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“Per me lo sport è sinonimo di limiti e risorse perché offre la possibilità, superando i primi, di scoprire le seconde”, racconta a b-hop Giorgio D’Alessandro, psicoterapeuta che da 10 anni collabora con la Croce Azzurra occupandosi di integrazione e disabilità. Ha partecipato a tutte le fasi di stesura e firma del Protocollo d’Intesa: “E’ una tematica affascinante, utile e stimolante. La trovo ricca di spunti per riflettere, anche su me stesso. Lo sport è socializzazione e relazioni che offrono l’opportunità di incontrare i nodi irrisolti, le paure, gli stereotipi che abbiamo su noi stessi e sugli altri”.

Giorgio D'Alessandro

Giorgio D’Alessandro, psicoterapeuta

Le disabilità e la diversità – spiega D’Alessandro – fanno quasi sempre paura perché ci parlano delle nostre diversità e limiti. L’ambiente sportivo non fa eccezione. Introdurre una persona con fragilità in un gruppo ne fa immediatamente emergere limiti e difficoltà. Questo può spaventare ed indurre resistenze. Ma può essere anche una grande risorsa perché offre l’occasione per capire le fragilità culturali e organizzative e apportare dei cambiamenti di crescita. Occorrono voglia e desiderio di impegnarsi soprattutto da parte di allenatori e dirigenti; sarebbe incoerente chiedere solo agli atleti di farlo”.

1504162482111135-7-mallUna bella sfida dunque che ha consentito di onorare alcuni obiettivi importanti; primo fra tutti quello di integrare atleti in ascesa e atleti “fuori standard”: la presenza di educatori e volontari in campo ha permesso agli allenatori di poter continuare a seguire tutto il gruppo indistintamente.

I pregiudizi affrontati dunque sono stati due e direttamente connessi al superamento del suddetto conflitto: i più deboli rallentano i forti e viceversa. “La nostra equipe, con l’intento di costruire un gruppo integrato, ha evidenziato e fatto superare numerosi limiti relazionali che caratterizzavano le varie compagini impegnate. Tanti ragazzi, senza disabilità certificata, hanno avuto modo di crescere e scoprire proprie paure e limiti che, gli educatori hanno aiutato ad affrontare”.

Nessuno ha la sensazione di rimanere indietro, sentirsi escluso o avere le ali tarpate – precisa lo psicoterapeuta -. Questo lo possiamo affermare con certezza grazie ad una ricerca condotta nel maggio scorso per valutare la soddisfazione delle famiglie e le ricadute del progetto”.

I gruppi sono stati confermati per la nuova stagione 2017/2018 e l’Associazione perseguirà nuovi obiettivi ambiziosi: estendere ad altri sport della polisportiva quanto fatto nel rugby e trovare ogni anno i finanziamenti per sostenere l’equipe. In questi giorni è in atto una raccolta fondi tramite crowdfunding. L’obiettivo è stato appena raggiunto con una ricca donazione dell’Ordine dei medici veterinari di Firenze che ha stanziato 1.500 euro.

“I costi necessari non sono sostenuti dalle famiglie che pagano tutte la stessa quota, ma dalle associazioni aderenti al protocollo d’Intesa, attingendo da varie forme di finanziamento e raccolte fondi”. 

Aggiungi un posto in campo (1)Partire dal rugby si è dimostrata comunque una scelta vincente per le caratteristiche intrinseche di questo sport, applicate alle patologie più frequenti degli atleti, che vanno da quelle cognitive e intellettive che si riverberano sulla capacità di relazionarsi e la tendenza a chiudersi in sé stessi (autismo) alla difficoltà marcata a trattenere impulsi e aggressività connessi con varie forme di deficit cognitivo.

In entrambi i casi la fisicità caratteristica del rugby porta grandi benefici: il bambino chiuso in sé stesso, con gradualità e rispetto, comincia a uscire dal proprio guscio  mentre quello che tende ad agire con aggressività ed impulsività trova sia uno spazio entro il quale incanalare e sfogare i propri impulsi senza incorrere in sanzioni, sia riscontri immediati e spesso adeguati, dal gruppo di pari, ai propri eventuali tentativi di manipolare il proprio status.

Nessuno dei ragazzi con disabilità iscritti era mai riuscito a partecipare per un anno intero ad attività sportive sentendosi accolto nel gruppo. Con “Aggiungi un posto in campo” questo è diventato possibile. Inoltre la squadra partecipa in blocco ad un campionato in cui tutti i membri sono convocati.

La speranza che iniziative simili possano proliferare in Italia non dimentica gli ostacoli oggettivi di resistenza e paura della diversità: “Per produrre un vero cambiamento occorrono una coscienza ed una cultura che ne sappiano individuare e valorizzare i vantaggi”, dice D’Alessandro.

1504162840629517-mariiLa paura del diverso è un aspetto intrinseco della socializzazione umana che non dobbiamo condannare. Occorre comprensione: partire dal presupposto che le persone sono prigioniere in cattività dentro schemi rassicuranti. In questo modo potremo vedere in coloro che sono ‘chiusi’ non un avversario nemico, ma una persona che forse cerca maggiore libertà di scelta”.

“L’apertura mentale però non basta e a volte anche le nozioni e la tecnica non sono sufficienti; occorre soprattutto superare atteggiamenti pietistici e assistenzialistici. Tutte le persone hanno delle risorse che devono essere sviluppate ed incentivate, noi non dobbiamo creare ulteriore dipendenza a quella già talvolta necessaria ed insuperabile. Non negare mai le differenze dell’altro perché riconoscerle permette di affrontare i problemi”.

Qui il link per chi vuole aderire alla raccolta fondi on line che scadrà tra un paio di settimane.

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Margherita Vetrano

Margherita Vetrano

classe ’73, si forma presso l’Università dell’Aquila con studi economici ed attualmente lavora a Roma dove vive col marito e i tre figli.
b-hop perchè..si definisce una creativa prestata al sistema bancario e nel tempo libero coltiva le sue passioni: il giornalismo e il cinema
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