Italiani in fuga in Brasile: creatività e libertà in un “quilombo” moderno

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Uno spazio culturale con un coloratissimo murales e il volto di Bob Marley al centro della scena. Amache, strumenti musicali, tavoli e sedie di legno. Giovani di diverse nazionalità che suonano e cantano, spaziando dalla pizzica pugliese alle melodie brasiliane. Creativi, rilassati, felici. Mangiano e dormono lì. Di fronte, solo il mare che viene e va con la luna e le maree. Tutt’intorno la foresta tropicale di Morro de Sao Paulo, idilliaca isola tropicale a due ore e mezzo di aliscafo da Salvador da Bahia. Le automobili non circolano e i taxi sono carriole spinte da nerboruti nativi. I colibrì svolazzano festosi tra i fiori di ibiscus, alla larga dai tantissimi turisti che sbarcano da tutto al mondo.

Per arrivare in questo luogo bizzarro e nascosto bisogna camminare a piedi tra impervie stradine sterrate e poi scendere verso una piccola caletta. Tra gli alberi rigogliosi e le liane, si scopre prima una curiosa “Casa das borboletas”, la casa delle farfalle, con disegni di bambini, tende e cucine da campo. Poi una graziosa casetta in muratura, dipinta con sognanti tinte pastello, arredata con conchiglie, sassi e scacciapensieri.

Infine, a picco sul mare, ecco finalmente il quilombo “One love”, ispirato alla musica di Bob Marley, giamaicano ma afro-discendente come il 95% dei bahiani. Questo luogo è il sogno di libertà ideato da Enrico, 38 anni, romano di Ostia Lido, uno tra le centinaia di italiani che vivono a Morro, in fuga da un modello di società in cui non si riconoscono più.

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foto: P.Caiffa

La crisi di Enrico è arrivata a 32 anni: brillante avvocato in carriera – tra i suoi trascorsi lavorativi anche i processi alla famigerata Banda della Magliana -, cade in depressione per lo stress e decide di prendersi un anno sabbatico e partire. Con la fidanzata atterra nella Bahia e si innamora della capoeira e del samba, della musica, della religione del candomblè, del rilassato stile di vita afro-brasiliano. Prima aprono insieme una pousada, una pensioncina per turisti, poi un bar-ristorante a Morro. L’amore invece finisce e anche il lavoro al bar diventa stressante. Enrico si ritrova solo e matura l’idea originale di trasformare il locale in un kilombo, per sperimentare una forma di vita comunitaria differente. Non gli mancano conoscenze, cultura e carisma da leader stravagante. Espone le sue teorie, e annessa pratica, con una parlantina veloce e appassionata che non ha scordato l’accento romano.

“I quilombi erano le comunità create dagli schiavi africani che fuggivano nella foresta. Erano disposti ad affrontare qualsiasi difficoltà pur di ritrovare la libertà”, spiega. Capelli chiari raccolti in una coda e occhiali neri, il torso nudo martoriato dalle zanzare e una tuta verde e gialla per ballare la capoeira, la sua passione. “C’è ancora qualche quilombo vero in Brasile – aggiunge –. A me interessava ricreare lo spirito fraterno e pacifico di quelle comunità. Molti pensano che lì regnasse la confusione. Invece sono una struttura orizzontale, a forma di cerchio, dove ognuno è pari agli altri e contribuisce come può alla vita della comunità. Tutto il contrario del modello sociale occidentale a piramide, dove chi è in cima comanda per avere denaro e potere, e tutti lottano e competono per farsi strada e salire più in alto. In questo modo l’altro non è più tuo fratello perché per vincere devi batterlo”.

Ad Enrico ovviamente la piramide capitalistica andava stretta. Sposando la filosofia bahiana per cui il piacere viene prima del dovere, ha cominciato ad accogliere nel suo quilombo giovani e meno giovani di tutto il mondo, circa 300 in pochi anni, 70 durante il 2013. Vengono a Morro de Sao Paolo come turisti, scoprono questo spazio culturale fuori dal mondo e chiedono di fermarsi per un periodo più o meno lungo.

“Chi entra è in prova per una settimana e paga una piccola quota per le spese di vitto e alloggio – precisa l’ideologo del quilombo italiano -. Poi decidiamo se può rimanere. Si cucina, si mangia insieme, si risolvono i conflitti intorno ad un tavolo, si crescono i figli insieme. Tutti fanno a gara per dormire la notte sulle amache o in terra sui tavoloni di legno a bordo mare”.

Molti sono artisti, per cui le giornate trascorrono in una gara di creatività culturale. Chi sa suonare suona, chi sa cantare canta, chi sa danzare danza. Al tramonto è veramente suggestivo assistere a queste improvvisate sessioni musicali che mischiano generi musicali e culture. Durante il mite inverno bahiano (20 gradi) “è ancora più bello stare qui a suonare con la pioggia”, aggiunge.

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foto: P.Caiffa

“Organizziamo attività culturali in paese con i bambini, stage di danza, di yoga – racconta -. Io insegno capoeira. Ognuno contribuisce come può, con la propria arte, con quello che sa fare. Un terzo di ciò che si guadagna viene messo in comune per le spese di gestione della casa”.

Certo che di tornare in Italia non se ne parla proprio. “Mi è scaduto il passaporto nel 2011 e in Brasile sono clandestino, come tanti altri stranieri – ammette Enrico -. Ma qui se non hai il permesso di soggiorno non ti mettono in carcere, basta pagare una multa e si può uscire e rientrare. Comunque mia madre e le mie sorelle vengono a trovarmi ogni tanto. Mio padre invece non mi parla da quando ho cambiato vita. Non hanno accettato con facilità la mia scelta, preferivano avere un figlio avvocato. Io sono felice. Ho l’estate tutto l’anno, il mare, la natura, l’arte, le relazioni che mi scelgo e tutto il necessario per sopravvivere. Cosa serve di più?”

*articolo già apparso su Redattore Sociale

Patrizia Caiffa

Patrizia Caiffa

Giornalista, scrittrice, sempre in viaggio nei vari Sud del mondo e curiosa di nuove avventure, dentro e fuori di me. Io b-hop perché amo cantare con le parole per esprimere bellezza e dare voce contro le ingiustizie che coinvolgono popoli e migranti.
Patrizia Caiffa
  • Lo Zio Fabri

    Grande Enrico, ex collega…! Un abbraccio