Libri: “Oscenità interiori” di Guido Zingari, un pensiero filosofico e una voce civile

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(di Filippo Bocci) – Guido Zingari, scomparso durante il terremoto dell’Aquila del 2009, ha insegnato a Roma Filosofia del linguaggio e Istituzioni di filosofia, ed è stato un uomo di cultura difficile da inquadrare nel panorama accademico italiano. Le Edizioni Haiku lo riscoprono con il volume Oscenità interiori e altri saggi, dove il suo pensiero si delinea in uno stile che, afferma Marco Caponera nell’introduzione, “è anche il suo marchio di fabbrica … egli scrive in maniera erudita e precisa, con largo uso di aggettivi e incisi che servono al lettore per calarsi nel gergo filosofico senza traumi eccessivi”.

Ecco allora, prosegue Caponera, che “leggerlo è un’esperienza unica perché il lettore viene guidato dentro alle riflessioni, portato con mano senza saccenza ma con garbo e rispetto, senza pretesa di verità e onniscienza…”.

Guido Zingari

Studioso dei grandi filosofi tedeschi, Leibniz ed Heidegger in testa, Zingari si è poi avvicinato ai pensatori francesi del secolo scorso, in particolare a Deleuze e Derrida.

Nel saggio che dà il titolo alla raccolta, la parola “osceno” viene sostanzialmente radicalizzata, dilatata rispetto al linguaggio quotidiano. Scrive Zingari:

“La parola e l’idea riflettono un’esorbitanza di senso, un oltrepassamento reale di limiti, al colmo di una misura, per cui quel dato personaggio, quell’oggetto o quel modo di fare risultano essere facilmente immorali, spudorati e urtanti una media sensibilità, da diventare senz’altro osceni”.

L’autore distingue chiaramente questa sfera dell’oscenità, che chiama interiore, dall’oscenità esteriore, tutto sommato sconcia ma non ipocrita:

L’oscenità esteriore, lampante, allestita e praticata dal comune oltraggio al pudore, a ben vedere, non inganna affatto. In quanto non lascia spazio ad ambiguità e a dubbi di sorta”.

L’oscenità interiore, invece, è molto più pericolosa perché “recondita, sotterranea, saldamente insediata nel buio dell’anima”. Siamo qui nel dominio della malafede, costruito e supportato da una vuota retorica, dove i fatti con la loro evidenza non esistono più ma sono “risucchiati nell’inconsistenza e nella incorporeità delle parole”.

“Sono i fatti che mi perseguitano, afferma la voce dell’osceno interiore, vi prego dite loro che si smentiscano con le parole, dite loro che finalmente tacciano! Che desistano dal tormentarmi!”.

Il concetto viene sviluppato analizzando gli ambiti del comportamento politico, morale ed estetico, e il lettore è sempre stimolato dal pensiero spesso provocatorio di Zingari – come suggerisce ancora Caponera – a farsi egli stesso filosofo, al di là dei dogmi e dei paludamenti accademici.

E così nel terzo e ultimo scritto del volume Destituzione della Filosofia. Saggio sulla deposizione accademica, il professore romano prende di mira proprio il mondo universitario: la lucida denuncia, ragionando a distanza con Derrida, è rivolta agli atenei divenuti luoghi di una conoscenza autoreferenziale, sedi di un potere che ambisce unicamente ad auto-conservarsi, dove non ci sono più trasporto e passione:

“L’istituzione filosofica ha oggi definitivamente accantonato quell’amore condiviso nella meraviglia del sapere, nell’entusiasmo, nella gioia e nel piacere del pensare e del ragionare insieme che avevano segnato, in modo indelebile, la sua nascita in Grecia con Platone nel quarto secolo a.C.”

È urgente, allora, una “destituzione” che abbia lo scopo di “sostenere, elaborare e plasmare un pensiero nuovo, libero, creativo ed aperto all’interno dell’istituzione stessa o al di fuori”, e “il compito urgente e improcrastinabile di mettere pienamente in luce ciò che … nell’istituzione filosofica ormai non ha più senso, si è inceppato, bloccato, fermato, non funziona e non risponde più alle attese, alle aspettative e alle esigenze di conoscenza…”.

Nel volume uno spazio commosso è poi riservato a Pier Paolo Pasolini. Nel saggio Il rifiuto: questione di vita o di morte. Pasolini o il destino del rifiuto e dei rifiutati in una società impura, Zingari celebra l’intellettuale friulano come “altissimo poeta” e ne sottolinea la grande virtù civile di farsi corpo, fino allo strame che di quel corpo si fece all’Idroscalo di Fiumicino, “nell’ostinato proposito di smascherare l’indifferenza, l’apatia, l’occultamento volontario e perverso di cumuli e di masse straripanti ovunque di rifiuti e di rifiutati, vittime inermi di altrettante forme immorali, politiche delittuose di emarginazione, di negazione e di rifiuto”.

Pier Paolo Pasolini

L’autore lo chiama “lo strazio silenzioso dell’altro” e ci ricorda che Pasolini nella Poesia in forma di rosa scriveva: “Nulla è più terribile della diversità. Esposta ogni momento gridata senza fine”.

Una voce alta, quella di Zingari, profondamente civile, ingiustamente poco conosciuta, e paradossalmente inattuale ai nostri giorni dove, chiosa Marco Caponera, “la filosofia ha ormai smesso di essere strumento di comprensione del presente … e ci troviamo a commentare un autore illuminato, con delle tesi innovative già vent’anni fa come fosse un esordiente”.

Filippo Bocci

Filippo Bocci

Laurea in Lettere, curiosissimo di tutto ma esperto di niente, cialtrone il giusto. Coltivo particolari feticci come la bacchetta di Leonard Bernstein, gli occhi di Bette Davis, il sorriso di Jack Lemmon. Scrivo su b-hop perché “le parole sono importanti (by Michele Apicella/Nanni Moretti). E se le usi per parlare di Bellezza fanno bene”.
Filippo Bocci
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